Morte di Ciro Esposito
Il cordoglio di Sepe

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“Quando muore un giovane di 30 anni, muore sempre una parte della città, perché viene a mancare un tratto della sua giovinezza. E quando “Quando muore un giovane di 30 anni, muore sempre una parte della città, perché viene a mancare un tratto della sua giovinezza. E quando una vita, come quella di Ciro Esposito, è recisa dalla violenza ciò che resta è un dolore cupo che sembra sbarrare le porte a ogni tipo di speranza”. Queste le parole con cui inizia il lungo messaggio di Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, sulla morte del tifoso colpito prima della finale di Coppa Italia e deceduto ieri. “Napoli porta ancora una volta il segno di una tragedia – prosegue il messaggio del Cardinale -. Per antica e amara consuetudine a noi , come comunità cittadina, tocca sempre imparare dalle tragedie: ne abbiamo viste tante, è piena la nostra storia. Ma poi viene il momento in cui anche a Napoli è chiesto non solo di imparare ma anche di insegnare dalle tragedie. E oggi il sacrificio di un giovane di Scampia, di Ciro Esposito, 30 anni, un lavoro onesto come la passione per la squadra della sua città, ci dice che questo momento è arrivato. Infatti Ciro può continuare a vivere solo aiutandoci a rendere forte, autentico e senza appello il ripudio di ciò che lo ha condotto alla morte: la violenza. Non solo quella sportiva, ma quella che si nutre dell’odio verso l’altro, della contrapposizione spinta oltre il limite dell’umano. Le lacrime che tutti insieme, familiari, parenti, amici e semplici cittadini mossi dalla pietà per una giovane vita falciata alla radice, versiamo in questo momento di dolore reclamano anche il diritto e la dignità di non finire sprecate in un terreno arido, capace solo di renderle vane. La nostra sofferenza, allo stesso modo della lunga agonia di Ciro, non può e non deve restare senza frutto. Nelle nostre lacrime e nel sacrificio di Ciro deve annegare, fino a soffocare senza mai più ritornare a galla, il mostro di una violenza costruita su rapporti avvelenati e, a volte, crudelmente manipolati. Com’è possibile, viene da chiedersi, che il confine tra una sana competizione sportiva e lo scontro spesso cruento e feroce – portato non solo negli stadi o nelle sue vicinanze, ma esteso anche a molte piazze – sia diventato così sottile? Quali sporchi o inconfessabili interessi, quali folli ideologie, quali insane passioni si affollano come traditori alle spalle dei più indifesi? C’è di fronte a noi, oggi, il dolore: forte, forse implacabile, soprattutto per i genitori, ma con minore intensità è necessario fare largo, proprio in questo momento, a un senso di responsabilità, che non è resa, ma al contrario la risposta più forte e più giusta che il sacrificio di Ciro merita e che Napoli è chiamata ad esercitare non solo per se stessa. Ecco: è arrivato, ed è proprio questo, il momento in cui alla tragedia ritornata a bussare impietosa alle nostre porte occorre rispondere con un atto di coraggio estremo; con una testimonianza che valga come insegnamento per tutti: mai più violenza, mai più la rime, come quelle che accompagnano oggi il sacrificio di Ciro. Lui stesso, attraverso l’atteggiamento responsabile e composto dei suoi familiari, che per primi hanno bandito la parola vendetta, ci ha indicato la strada. Ma da Napoli e dal sacrificio di un suo giovane, non può partire solo un appello parziale rivolto a una parte o all’altra delle cosiddette tifoserie. Pur nella tragedia le testimonianze di Napoli hanno sempre, alle spalle, il respiro della sua grande storia. Questo nome così napoletano – Ciro Esposito – ha in sé l’identità forte per porsi a simbolo di un messaggio del tutto alternativo alla tragedia di cui è rimasto vittima. Il messaggio di un totale e irrevocabile ripudio della violenza e dell’inizio di una pacificazione che parte proprio dal sacrificio di Ciro e dal nostro dolore. Abbiamo necessità di dare un senso all’uno e all’altro. Non possiamo accontentarci di aver dato in qualche modo il nostro tributo a un giovane caduto vittima della violenza. Non era certamente questo ciò che lui cercava. Nel suo nome abbiamo oggi il dovere di percorrere la strada della pacificazione”.