Mostre, “Iron&Ivory”: al Blu di Prussia l’abbacinante realtà di Alessandro Busci

44

di Fiorella Franchini

C’è un’atmosfera magica nella galleria d’arte “Al Blu di Prussia” voluta da Guido Mannajuolo e situata all’interno dello splendido edificio liberty di via Gaetano Filangieri. Sarà l’allestimento accurato, l’ospitalità elegante, il significato di un luogo, punto importante per la cultura partenopea intorno al quale sono sempre gravitate le migliori forze intellettuali della città, il valore di un uomo che ha contribuito per quasi quindici anni, con la sua intensa attività, a promuovere l’ambiente artistico napoletano informandolo sulle tendenze dell’arte figurativa. L’ampia sala d’esposizione, l’illuminazione perfetta sanno dare la giusta atmosfera alle opere degli artisti ospitati. Con “Iron&Ivory”, la nuova personale pittorica di Alessandro Busci, in mostra fino al 4 gennaio, il visitatore viene circondato da un mondo quasi fatato: cave, boschi di betulle, vedute napoletane, montagne e marine dipinte con sorprendenti contrasti di luce.

In esposizione circa 30 opere di vario formato tutte smalto su corten, una sorta di acciaio patinato solitamente usato per carpenteria pesante o per sculture. Fanno eccezione tre lavori, sempre a smalto, ma su carta. Basta uno sguardo alle opere di Busci e dentro gli occhi entrano i colori, una pittura che mette a tacere tutti i linguaggi e fa danzare solo la vista. Attraverso quel muro di ferro invisibile che sembra trovarsi tra ciò che si sente e ciò che si può, passa l’aria color blu, la terra marrone, le betulle bianche e s’integrano con l’ambiente circostante e con l’anima dei visitatori. Busci inizia a esporre nel 1996 alla 36° edizione del Premio Suzzara e sue personali sono state allestite a Milano, Roma, Brescia, Torino, Londra, Bordeaux, Madrid, Milano, Bilbao, San Francisco e Napoli. Dal 1997 collabora con l’Atelier Mendini contribuendo alla realizzazione di vari progetti di architettura, decorazione e allestimento. L’artista non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso rispetto a quanto ha visto, percepito. Egli amalgama con armonia il materiale di base, non convenzionale, con la forte valenza del segno pittorico e la tradizione iconografica, creando un’atmosfera emozionante senza la quale un quadro non è nulla. Intinge il pennello nella sua anima, e dipinge il proprio sentimento del mondo nelle sue immagini. Flavio Caroli parla “di suggestioni sia olfattive che auditive delle creazioni di Busci, la volontà di esprimere le emozioni, ma direi meglio le passioni del reale, con una ricchezza totale”. Sulla parete principale, Castel dell’Ovo troneggia tra male, cielo e mura antiche, tutt’intorno foreste e montagne; un confronto originale che trasforma un’espressione esteriore in un’impressione interiore. Non è esclusivamente una pittura visiva o retinica perché la bellezza parla sempre anche alla ragione e trapela il valore della memoria accanto al senso della natura, una contaminazione reciproca e indissolubile, fisica e cerebrale, mattoni di pietra messi insieme dalla mano dell’uomo e cortecce che rimandano al tessuto del cervello, cave come ferite profonde, foreste e cime, metafora di un viaggio primigenio, in cui perdersi per ritrovare la strada e conquistare vette. “Le mie pitture non finiscono dove finisce la pittura. – affermava Andrea De Chirico – Erano già nate prima che fossero dipinte. E’ giusto che vivano anche di là della superficie dipinta”. Alessandro Busci esce da se stesso e dimentica se stesso, dentro le sue sfumature brunite, a volte trasparenti, le visioni lasciano tracce di abbacinante realtà.