Musei e scuole, percorsi paralleli che possono diventare convergenti

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Riavvolto il nastro si ricomincia. Una chiusura più blanda ma, come si dice in cucina, q.b. Quanto basta. Serve ad evitare che i luoghi di affollamento si trasformino in centri di contagio, che i respiri ravvicinati non siano propagatori di pulviscolo infetto, che le mani toccando le superfici non le contaminino col pericoloso pallino spinato. Per le autorità non c’è dubbio: meglio a casa. Chiusi i negozi, chiusi i bar, i ristoranti, le discoteche. Che i conti in banca, ammesso che esistano ancora, sprofondino pure in un rosso che neanche Dario Argento. Va bene così: quando c’è la salute tutto il resto non conta. Negli autobus, nelle metropolitane e nelle funicolari il contagio però assume altri parametri. Forse esso è proporzionale al tempo di permanenza nell’ambiente mobile che, per quanto di pochissimi metri quadri e saturo, specie in inverno, dei respiri ed esalazioni corporee dei viaggiatori, non risulta così pericoloso da essere interdetto. Pericolosissimi invece i musei. Ohibò, il virus ama l’arte e spadroneggia nei luoghi deputati alla sua esposizione. Prende forza dall’arte tanto da viaggiare indisturbato e aggressivo più che mai nelle migliaia di metri cubi delle strutture museali. Singolare davvero, questo virus, tanto che con un po’ di malizia, abbandonando ogni candore intellettuale, è conseguenziale chiedersi quale sia il vero motivo di una disposizione così poco comprensibile ai più. Ammettiamolo: l’immagine di capannelli di persone accalcate davanti ad un’opera d’arte o negli ampi corridoi di uno spazio museale è poco credibile per chiunque abbia mai messo piede in un museo su tutta la superficie terrestre. Ricambio d’aria sempre garantito per la salute delle opere, bagni perfettamente igienizzati, sale grandi come appartamenti. Misteriosi i modi del contagio. Questi ambienti, luogo della cultura più di qualsiasi altro sono in grande carenza di pubblico estero ormai da mesi. Il breve periodo d’apertura di cui essi hanno goduto, di certo non è riuscito, con il turismo di prossimità, a rimpinguare le scarse economie di queste strutture. La seconda chiusura è la mannaia che mai sarebbe dovuta cadere, inspiegabile perché nel primo periodo come nell’attuale non si sono registrati casi di contagio nei musei. Al di là di ogni, se pur sacrosanta, considerazione sullo stato di perpetua indigenza delle nostre strutture museali, si potrebbe raccogliere il suggerimento scaturito dall’applicazione dei principi dell’interpretazione: in quanto luoghi di cultura, in questo frangente storico i musei potrebbero essere utilizzati proprio per il fine culturale per antonomasia e cioè per l’istruzione. Se la ragione della chiusura delle scuole e delle università è la vicinanza tra allievi quale pericoloso generatore delle occasioni di contagio, usare le immense sale dei musei per le lezioni scolastiche o universitarie sarebbe il famoso uovo di colombo. I due piccioni (istruzione e pubblico) presi con la fava più che accattivante degli spazi museali. I larghi percorsi, lo stato di manutenzione di immobili aperti al pubblico, e un canone di affitto concordato col ministero dell’istruzione potrebbero portare gli allievi a vivere la cultura, l’arte e la storia proprio nel migliore dei luoghi. Alcune lezioni addirittura potrebbero essere svolte con l’analisi storico artistica delle opere, consentendo i collegamenti con qualsiasi materia. Le economie dei musei non naufragherebbero, gli allievi a contatto con l’arte potrebbero ricollocare nel proprio immaginario la struttura museale e la sua funzione. Si raggiungerebbero così almeno tre obiettivi: un supporto economico alle strutture museali guadagnato e non elemosinato, il supporto materiale agli istituti scolastici per la continuità del servizio scolastico e universitario, la creazione di un pubblico giovane e ad oggi insolito per le future attività del museo. Far vivere i musei non significa elemosinare loro mancette, elemosine e gratifiche economiche, significa dare loro la possibilità di vivere in autonomia ed essere vissuti in ogni angolo con funzioni che con modi diversi concorrano tutte al medesimo fine formativo. Ricorrendo al vecchio detto, alla fine della fiera massima resa con minimo impegno e tante grazie interpretazione.