Musei post pandemia, la progettualità non dipende soltanto dal fattore economico

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in foto Gabriele Finaldi (fonte YouTube)

Gabriele Finaldi non è solo un curatore e storico dell’arte britannico le cui origini italiane sono banalmente rivelate da nome e cognome. L’informazione che gossip sembra e invece non è, serve per evitare di classificare il direttore come cervello formato in Italia e poi messo in fuga da una patria incapace di dare luce alla sua competenza. Nato e cresciuto a Londra, ha coltivato la sua istruzione al The Courtauld Institute of Art. Oggi Finaldi è il direttore della National Gallery di Londra. Come tutti i suoi omologhi nel mondo è impegnato nella campagna di ripresa del dopo pandemia. Ha programmato, e non certo con i fondi del Recovery Fund, un progetto che coglie al volo i festeggiamenti per il 200° anniversario della galleria, con iniziative di impegno pubblico da un lato, e nuovi progetti che dovranno ridefinire l’esperienza del visitatore dall’altro. Saranno realizzati lavori che renderanno l’ingresso più aperto, l’ambiente più inclusivo e piacevole per i visitatori. Gli spazi saranno organizzati in modo che i visitatori possano rilassarsi, riflettere e vivere un esperienza davvero speciale. In Inghilterra queste tecniche si insegnano. Hanno un nome: interpretazione. L’Inghilterra è stata tra i primi al mondo a considerare la visita ad un bene culturale come un esperienza che per il turista deve diventare memorabile, e l’interpretazione come tecnica per raggiungere l’obbiettivo.
Nell’Italia dalle colorazioni pandemiche, in zona gialla finalmente riaprono i musei. Sembra un antico programma televisivo che, dopo una sospensione di qualche tempo, ricominciò le trasmissioni con le famose parole: doveravamorimasti. Ecco la differenza. La ripresa made in Italy ricomincia dal punto d’interruzione. Stessi modi di prima, stessi principi e tante promesse per un futuro che prima o poi arriverà, sempre ammesso che arrivino almeno i soldi del Recovery Plan. Auguri. Nulla cambierà, in base a quanto enunciato nel piano, se non l’uso, finalmente più disinvolto, dell’informatica per far girare il più velocemente possibile le informazioni e gli spot che si riterrà di voler diffondere. Accipicchia. Sarebbe auspicabile, per gli addetti italiani, un corso accelerato per scoprire modi e tecniche che permettano la vera evoluzione che siti e strutture espositive dovranno avere. Trasmettere on line una visita, una conferenza specifica, immagini girate nello stesso modo in cui si immagina possa essere condotta una mostra dal vivo, alimenta di poco la curiosità che invece alcuni programmi televisivi, e canali dedicati soddisfano usando le tecniche della comunicazione più evolute. È evidente che bisogna cambiare tecniche di ripresa e di regia. Le visite dal vivo con l’ausilio delle guide o condotte in autonomia conservano gloriosamente le modalità di sempre, stessi racconti più o meno seguiti. Su questo aspetto la pandemia non ha provocato cambiamento, non c’è differenza o miglioria. Il nuovo, prima che con i fondi economici, arriva attraverso rivoluzioni. Rivoluzione, non rivolta. Quest’ultima è un moto violento, istintivo, contro l’ordine costituito, mentre la rivoluzione è un processo anche graduale che determina il mutamento di un assetto. Una sorta di rivoluzione copernicana che capovolge il concetto di museo come contenitore che, per aprirsi verso nuovi pubblici, sceglie una via virtuale che non deve essere il perfetto calco di quella reale. Mica male, magari. Le strutture che restano alla mercé economica della sovvenzione di turno, non riescono a staccarsene per poter vivere da impresa. L’art. 2 dello statuto ICOM dice che il museo non deve avere scopo di lucro, di profitto, guadagno. L’autonomia economica, però, è una cosa diversa. I musei divenuti autonomi con la riforma, infatti, sono risultati più attivi di quelli che non sono stati interessati dal cambiamento, e che sono gestiti come unità decentrate da parte di strutture ministeriali. È un segnale da non sottovalutare, e fa capire che si è solo all’inizio. La lunga sospensione delle attività ha mostrato quanto il successo del turismo culturale fosse fragile perché non dovuto ad una precisa azione politica di lunga gittata. Un piano cultura anti pandemia sarebbe stato forse troppo, ma alla luce dei fatti avrebbe aiutato. Provvedere, prego. La rivoluzione post pandemia potrebbe strutturare maggiormente le fondamenta del turismo culturale donandogli una garanzia di effetti di lunga durata.