Il Museo di Antropologia di Napoli: in viaggio alla scoperta delle origini dell’Uomo

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di Elisabetta Colangelo

Dopo aver visitato e apprezzato le meraviglie del Real Museo di Mineralogia eccoci ancora in Via Mezzocannone 8 alla scoperta del Museo di Antropologia. I locali dedicati all’esposizione sono decisamente meno ampi e magnificenti rispetto al museo mineralogico, ma il percorso è, se possibile, ancor più affascinante.

Un viaggio sorprendente tra le abitudini, i manufatti, gli stili di combattimento, l’alimentazione, le espressioni artistiche. Tutto racconta la storia dell’Uomo, dalle origini alle successive evoluzioni, l’età del ferro, del bronzo, del rame, un percorso durato milioni di anni in continua progressione, un puzzle di elementi che insieme descrivono un quadro unico in cui ciascuno può riconoscersi come essere umano, al di là di ogni artificiosa e fuorviante differenza.
Il “Gabinetto di Antropologia” con annesso Museo fu creato dall’Università di Napoli nel 1881 dall’antropologo ed etnologo Giustiniano Nicolucci, dietro la spinta di Francesco De Sanctis, allora ministro dell’Istruzione Pubblica. Il Museo di Antropologia ebbe tuttavia, fin dalla sua origine, esistenza non facile. Dopo la morte di Nicolucci e durante l’epoca fascista, in cui venne abolita la cattedra di antropologia, il museo rimase chiuso al pubblico, rimanendo un centro di studi strettamente accademico, se non lasciato all’abbandono, con oggetti relegati nei depositi dell’ateneo. Come se non bastasse, gli anni della seconda guerra mondiale e la devastazione dei locali nel 1943-44, la stessa perdita della cattedra si abbatterono sull’Istituto e sul Museo con gravi effetti.
 L’esistenza del Museo fu riconosciuta formalmente nell’anno accademico 1963-64, e soltanto dal 1980-81, con il ripristino della cattedra di Antropologia, la vicenda storica del Museo e il grande patrimonio da esso rappresentato hanno cominciato a essere riscoperti.
I materiali che costituiscono le collezioni del Museo documentano la paleobiologia delle popolazioni dell’Italia meridionale, oltre a collezioni archeologiche preistoriche dell’Europa, dell’Asia occidentale, del Nord Africa e delle Americhe. Altri reperti archeologici provengono da donazioni, fra le quali spicca quella del 1879 di Heinrich Schliemann a Nicolucci di diversi oggetti rinvenuti nello scavo di Troia. Si tratta di umili oggetti di pietra testimoni della vita di ogni giorno di una piccola città anatolico-egea del 3000 a.C.: macine a mano, per triturare i cereali, martelli e asce-martello, accette e lisciatoi.
Collezioni di inestimabile valore, un’esposizione ricca e molto istruttiva, il cui senso più alto è racchiuso nel pannello che riproduce i calchi facciali di Livio Cipriani. Si tratta di calchi raccolti dallo studioso negli anni 1927-30 nel corso di tre viaggi in Africa e nello Yemen. Sebbene nelle intenzioni iniziali non si intendesse attribuire un giudizio di valore alla classificazione dei vari tipi umani, i risultati furono oggetto di strumentalizzazione nelle discriminazioni razziali del XX secolo. L’attuale allestimento non riporta, come nella versione originale ( acquisita dal museo nel 1932), etichette sulla provenienza e l’etnia dei volti rappresentati, affinché costituisca un monito per le generazioni future sulla impossibilità di classificare i gruppi umani, tutti appartenenti alla specie homo sapiens, mentre le differenze rilevabili non sono altro che il risultato di un percorso evolutivo di adattamento dell’uomo a diversi climi e ambienti, che nulla ha a che vedere con il valore delle persone.