Museo di Pietrarsa: un affascinante viaggio nel tempo tra le locomotive e i treni che hanno unito l’Italia dal 1839 ai nostri giorni

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Un ponte tra passato e presente, dalla prima ferrovia Napoli-Portici alle moderne vie di comunicazione, dai treni a vapore a quelli super veloci: affacciato sul mare, luogo simbolo della storia delle Ferrovie Italiane e, in qualche modo dello sviluppo socio economico di un intero Paese, il Museo di Pietrarsa si sviluppa su un’area di 36mila metri quadrati, di cui 14mila coperti ed è una continua scoperta.

Le origini

Le origini del museo risalgono ad un editto di Ferdinando II di Borbone del 1843 che decretò che la costruzione delle locomotive avvenisse negli stabilimenti del Reale Opificio Meccanico, Pirotecnico e per le Locomotive, fondato  nel 1840 in un’area prima chiamata “Pietra Bianca” e in seguito “Pietrarsa” dopo un’eruzione del Vesuvio che aveva portato la lava fino a quel punto della costa. Nel 1853 a Pietrarsa prestavano la loro opera circa 700 operai ( solo nel 1842 erano 200) facendo dell’opificio il primo e più importante nucleo industriale italiano oltre mezzo secolo prima che nascesse la Fiat e 44 anni prima della Breda. Nello stesso anno viene aperta al culto la chiesa di Maria SS Immacolata, costruita di fronte all’entrata dell’opificio. Dopo la demolizione della chiesa, per necessità tecniche, agli operai viene concesso di costruire in ogni reparto dei piccoli tabernacoli, alcuni dei quali si sono conservati fino ad oggi.

La storia

 Nel tempo l’attività produttiva di questi stabilimenti ha conosciuto alterne vicende, passando dalla produzione alla manutenzione e riparazione. Nel 1863 Il Governo cede Pietrarsa in gestione alla ditta Bozza che adotta subito una dura politica di licenziamenti e restrizioni che causano malcontento e azioni di protesta da parte degli operai. Fino ad arrivare ai violenti scontri del 6 agosto quando 30 bersaglieri caricano le maestranze provocando la morte di 7 operai e il ferimento grave di altri 20. Dopo l’agosto di sangue, Bozza chiede la rescissione del contratto d’appalto. In seguito l’Opificio viene dato in gestione alla Società Nazionale di Industrie Meccaniche ma la Società, nonostante i lusinghieri successi internazionali conseguiti, non riesce a risollevare le sorti finanziarie dello stabilimento che riduce progressivamente la forza lavoro a 100 operai. Con la successiva statalizzazione nel 1905, lo stabilimento conosce una nuova, progressiva espansione, con lavori di ammodernamento e riorganizzazione del lavoro, il tentativo di riconversione da treni a vapore a quelli elettrici, tuttavia, la fine del vapore accompagna il lento ma inevitabile declino di Pietrarsa che viene adibita esclusivamente alla Grande Riparazione delle poche locomotive a vapore rimaste in circolazione, fino alla chiusura definitiva nel 1975.

L’apertura del sito come museo risale al 1989 in occasione del 150º anniversario delle ferrovie italiane.

I padiglioni del museo

 Il primo padiglione, ampio ed imponente, racchiude molte locomotive, esemplari originali o riprodotti che hanno trasportato passeggeri, merci, armi, attraversando un intero secolo, intrecciando tante vite, tanta storia: dalla Bayard, la gemella della Vesuvio che il 3 ottobre del 1839 inaugurò la storia delle Ferrovie italiane percorrendo in circa 10 minuti il primo tratto di strada ferrata della penisola, tra Napoli e Portici, con a bordo Ferdinando II, la famiglia reale e la corte, alle locomotive utilizzate negli anni della guerra, a quelle più moderne: oltre cento anni di progressi tecnici, fino ai  locomotori a corrente alternata trifase, veri pionieri delle prime ed importanti elettrificazioni nel Nord Italia.

Nel  padiglione successivo l’attenzione è senz’altro rapita dalla  carrozza 10 del Treno reale costruita dalla Fiat nel 1929 per le nozze di Umberto II di Savoia con Maria Josè del Belgio. La carrozza, dal 1946 divenuta “Presidenziale”, è stata donata al Museo nel 1989 da Francesco Cossiga. A colpire il visitatore la ricchezza degli arredi, il lungo e pregiatissimo tavolo da pranzo, il salotto attiguo e lo splendido soffitto intarsiato con lamine d’oro e medaglioni con gli stemmi delle quattro repubbliche marinare. Non mancano le littorine , la carrozza “cento porte”, con le tre classi ben visibili, spesso utilizzata come treno ospedale per la semplice accessibilità, la vettura postale, con tanto di buca per l’invio della corrispondenza, il cellulare per il trasporto dei detenuti. Seguono sale dedicate ai macchinari utilizzati nelle officine, dove basta chiudere gli occhi e lasciare andare un po’ l’immaginazione per figurarsi gli operai al lavoro, i rumori insopportabili, i fumi, la fatica, l’orgoglio per le opere realizzate. Nella stessa sala, una bellissima galleria di foto racconta l’Italia in treno: i treni che dal profondo Sud raggiungevano, negli anni del boom economico, le fabbriche del nord, i migranti stipati tra bagagli ingombranti e provviste che qualche mano amorevole aveva preparato per loro, gli occhi pieni di speranza di chi partiva e colmi di gioia di chi tornava magari per brevi vacanze. E poi treni che diventano alloggio di fortuna, ospedale, chiesa negli anni drammatici del terremoti dell’Irpinia e del Belice, il treno presidenziale con a bordo Carlo Azeglio Ciampi, Antonio Segni, Aldo Moro con un giovane Ministro dei Trasporti, Oscar Luigi Scalfaro.

All’esterno dei padiglioni si erge la grande statua in ghisa di Ferdinando II. Un’iscrizione ricorda che lo scopo del sovrano era di svincolare lo sviluppo tecnico e industriale del Regno dall’intelligenza straniera. Alta più di 4 metri e fusa nell’Opificio nel 1852, la statua ritrae il sovrano che ordina con gesto regale la fondazione delle Officine e, orgoglioso e fiero, sembra ancor oggi guardare sulla sua preziosa creatura. 

 

Museo di Pietrarsa: un affascinante viaggio nel tempo tra le locomotive e i treni che hanno unito l’Italia dal 1839 ai nostri giorni