“Music is sex, sex is music”. I lavori di Anna Soares tra musica e Bdsm

105
in foto Anna Soares (© Sonja Ruocco)

di Rosina Musella

Ad inizio mese ha visto la luce “Corrupted Aesthetics”, nuovo brano di Anna Soares, cantante e producer napoletana che colora la sua musica con sonorità evocative, che raccontano il BDSM e cercano di combattere i tabù verso le sessualità alternative. Bdsm, acronimo dei termini bondage, dominance, sadism, masochism (bondage, dominazione, sadismo e masochismo), è l’insieme di pratiche appena elencate volte a dare e ricevere piacere nel corso del rapporto sessuale tra due o più partner. Ancora oggi la scarsa conoscenza e consapevolezza in merito a queste tematiche, spesso affidata al solo porno mainstream, porta ad avere non pochi pregiudizi nei confronti di pratiche che divulgatori e divulgatrici, online e non, stanno cercando di sdoganare. Questo è anche l’obiettivo di Anna Soares, che rielaborando il sound delle sue influenze musicali, dai Portishead ai Massive Attack, passando per i Nine Inch Nails, racconta il Bdsm e ne esprime l’essenza attraverso i suoi brani, come in Corrupted Aesthetics in cui afferma “Music is sex, sex is music”. I nostri microfoni l’hanno raggiunta per farci raccontare la sua storia musicale, il suo approccio al Bdsm e come nascano i suoi pezzi.

Quando ha mosso i suoi primi passi nella musica?
Sono sempre stata una grande amante e ascoltatrice di musica, ma il mio percorso è partito solo intorno ai 22 anni, dopo aver concluso un ciclo di studi in filosofia. Mi sono resa conto di voler fare musica e, non avendo ancora chiaro che strada intraprendere, ho studiato canto lirico, sperimentale, jazz e piano. Intanto mi esibivo in vari club per la famosa gavetta e per farmi conoscere. Col passare del tempo ho sentito sempre più il bisogno di scrivere musica mia. Inizialmente non componevo, quindi ho collaborato con diversi producer in giro per il mondo, dopodiché ho imparato a produrmi da sola.

Quando ha deciso di trattare il Bdsm nei suoi brani?
Inizialmente non avevo una direzione ben precisa sulle tematiche da trattare, non sapevo se dovesse esserci un fil rouge a legare i miei pezzi. Mi baso molto sulle sensazioni del momento, difatti i primi brani realizzati erano più eterogenei. Producendo, poi, ho sentito il bisogno di esporre questo lato di me che molti potrebbero vedere come un lato ombra, da tenere privato. Io, invece, volevo svelarmi in questo senso anche per normalizzare ciò che in Italia è vissuto ancora come tabù, ovvero le sessualità alternative e, nel mio caso specifico, il Bdsm.

Ha ricevuto critiche per questa scelta?
No e mi sento molto fortunata, perché sto attirando persone interessate non solo dal Bdsm nello specifico, ma dalla libertà con cui è trattata questa tematica. Spesso capita che i fan mi contattino per raccontarmi cose personali ed è come se vedessero in me la portavoce di una normalità che non viene solitamente percepita. È bellissimo!

Come nasce un suo pezzo?
Anzitutto sento la necessità di immergermi in me e focalizzarmi sulle mie sensazioni, che è poi la base del Bdsm: spostare il focus dall’esterno all’interno per recuperare quella sensorialità che la vita moderna ci ha portato a perdere. Nel pratico, produco prima la parte musicale e la lascio macerare. Dopo, in maniera molto fluida, butto giù il testo. Non rivedo spesso ciò che faccio, perché sono sempre stata un’amante delle cose istintive e naturali. Nella musica di oggi è un ragionamento molto contro tendenza, ma a me sembrerebbe innaturale dover rivedere e ripulire tutto ciò che compongo.

Come si è approcciata al Bdsm?
Il mio primo approccio al Bdsm è stato filosofico, quando intorno ai 22 anni lessi il romanzo “Histoire d’O” di Pauline Réage. Da quel momento ho iniziato a pormi delle domande, a chiedermi perché mi attirasse e affascinasse quella storia. Per anni ho accarezzato l’idea di approcciarmici e poi varie esperienze personali mi hanno portato a provare queste pratiche.

Come crede si possano superare i tabù relativi alle sessualità alternative?
Sicuramente parlandone tanto. Abbiamo tanti preconcetti sbagliati nati anche dai media classici che hanno spesso legato le sessualità alternative a delle patologie mentali, quando invece ci sono modi sani di vivere queste sessualità. Inoltre, l’educazione sessuale nelle scuole è fondamentale, ma purtroppo è ancora un privilegio. Molte persone della nostra generazione hanno percepito la pornografia come strumento verso l’educazione sessuale, senza rendersi conto che essa è lontanissima dalla realtà. Negli ultimi mesi sono entrata a contatto con diverse personalità italiane che parlano apertamente di queste tematiche ed è una delle cose bellissime dei social: si può fare divulgazione anche attraverso piccoli post che creano curiosità e portano ad informarsi meglio. Così si perde quella paura del pensare “sono sbagliato perché mi eccita una determinata fantasia”, si capisce di non essere gli unici a farlo.

Progetti e obiettivi per il futuro?
In autunno uscirà il mio primo disco con l’etichetta Lost Generation Record e al momento stiamo organizzando un tour con play party BDSM in tutta Italia. Nel mentre, sto scrivendo un altro album che seguirà la scia del primo, ma è ancora in corso d’opera. Un obiettivo? Mi piacerebbe diventare un riferimento per la comunità kinky in Italia, anche perché non ci sono altri artisti italiani che facciano questo tipo di musica, al momento.