Napoli è in festa. Ma non può festeggiare

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Napoli è in festa. E per motivi insondabili appare ai turisti di ogni genere, italiani e stranieri, più bella che mai. Molto probabilmente una conseguenza dei programmi televisivi che ne hanno esaltato e ne esaltano le indubbie capacità attrattive. Le quali, a partire da una dotazione naturale tra le più invidiabili al mondo, poco hanno a che fare con le abilità dei contemporanei.
Simbolo fulgido di resilienza per essere sopravvissuta agli infiniti tentativi di affossarla, la città si compiace dei pienoni cui va soggetta nei fine settimana o durante i giorni di festa – a Pasqua è stata principale destinazione in Italia – e va giustamente orgogliosa del ritrovato interesse da parte di un numero crescente di persone. Come sempre si organizza come può.
E principalmente attrezzando camere da letto in ogni buco di appartamento e friggitorie ogni dieci metri per soddisfare una domanda esplosiva che le strutture ricettive ordinarie non riescono a soddisfare. Gli alberghi degni di questo nome si contano infatti sulle dita delle mani e non sembra che la situazione possa mutare a breve. L’arte di arrangiarsi si esprime al suo meglio.
Poi c’è l’attesa per lo scudetto con gli addobbi che colorano di azzurro strade e stradine fino a condurre all’altare di Maradona, meta di un vero e proprio pellegrinaggio. Tanto che l’amministrazione si è allarmata e comincia a preoccuparsi di come regolare il traffico umano quando sarà il momento (per comprensibili ragioni sull’argomento non si può dire di più).
Insomma, Napoli in questo periodo è viva. Piena di vita e di colori. E anche di dolori che non mancano mai se è vero, com’è vero, che tra i record negativi che assomma c’è anche quello di una straordinaria densità di armi da taglio e da fuoco. Armi troppo spesso utilizzate da giovani sbandati o esaltati nella maggior parte dei casi per futili motivi. Una macchia che sporca la coscienza collettiva.
Tutto questo conduce a dire che c’è il rischio di prendere un abbaglio. Che il racconto di una città in grande spolvero e in ripresa economica possa essere creduto in buona o cattiva fede lasciandola al suo destino (in questa prospettiva, felice). Ma così non è. Guai a cadere nella trappola dell’autocompiacimento. Le luci ci sono, sono evidenti, ma le ombre le sovrastano ancora.
Per restituire alla capitale del Mezzogiorno il rango che merita per la sua storia e l’energia creativa – spesso sprecata – di cui dispone c’è bisogno di individuare almeno tre grandi progetti che riportino sul territorio l’industria, la finanza, i centri decisionali che da anni non esistono più. Un amico scomparso avrebbe parlato di un’auto dalla carrozzeria stupenda ma senza motore.
A est si affaccia l’ipotesi di un centro di rilievo europeo per le tecnologie in agricoltura che tenga insieme accademia, centri di ricerca, imprese pubbliche e private con il sostegno della Cassa depositi e prestiti proprietaria dei luoghi. A ovest grida vendetta l’incompiuta Bagnoli da trent’anni vittima di abusi e allucinazioni di massa. Sempre pronta a partire e mai decollata con sperperi e scuorno.
Il centro storico potrebbe attingere ai fondi dell’Unesco per rifarsi il trucco e presentarsi al pubblico con un volto pulito e rassicurante. Le tante piccole attività, di ristorazione e artigianali, sorte più o meno spontaneamente ne potrebbero trarre un grande vantaggio. Associazioni come Estramoenia sono nate per rammagliare un tessuto urbano sfilacciato come pochi.
Ai giovani, eterni destinatari di pensieri e parole, occorre offrire alternative valide al lavoro sottopagato o al reddito di cittadinanza. Occorre invitarli a prendere parte a grandi progetti, mostrare loro un obiettivo che valga la pena di cogliere, coinvolgerli in missioni possibili. Altrimenti i migliori continueranno ad andarsene con buona pace degli autorevoli relatori d’importanti convegni.
E non si parla qui di risorse perché tra quelle messe a disposizione dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e quelle ordinarie europee ce ne sono molte di più di quanto si sia in grado di spendere. Spendere bene, s’intende, per dirla alla Mario Draghi, e cioè assicurando rispetto dei tempi e profittabilità degli investimenti. Due categorie che fanno a pugni con i comportamenti consolidati.