Napoli, il riso amaro di Totò

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in foto Liliana De Curtis

E va bene. Anche questa settimana siamo costretti a occuparci di Napoli. Gli spunti sono moltissimi ma ci concentreremo due evidenze in apparenza lontane tra di loro ma nei fatti vicine e forse contigue: l’annuale rapporto del Sole 24 Ore sulla qualità della vita e la morte di Liliana de Curtis, la figlia di Totò che in tutta la sua vita non è riuscita a inaugurare il museo intestato alla memoria del padre.
Il quotidiano economico di Confindustria ribadisce quello che riscontra da quando si è messo a stilare le classifiche del buon vivere in Italia: la capitale del Mezzogiorno è un disastro per una quantità enorme di parametri sui 90 in totale presi in considerazione dai ricercatori. Tanto da classificarsi 90sima su 107 province. E 90, per la Smorfia che da queste parti conta, è il numero della Paura.
E dobbiamo metterci davvero paura, mista a vergogna, se a 55 anni dalla morte del principe della risata i suoi affezionati concittadini non sono stati capaci di allestire a aprire al pubblico le stanze a suo tempo acquisite per onorarne la memoria nello splendido e suggestivo Palazzo dello Spagnolo nel Rione Sanità. Niente da fare. Annunci, promesse, proclami e poi tutto fermo come se nulla fosse.
“Assistiamo a una farsa – ha detto a margine della funzione funeraria il nipote Antonello -. Ci sentiamo presi in giro”. E come potrebbe essere altrimenti visto che Totò è uno dei tre numi tutelari della metropoli (gli altri due essendo Maradona e San Gennaro)? Questo fatto non si spiega perché sul culto civile del grande comico aristocratico e popolare non ci sono divisioni: il genio è amato e parafrasato da tutti.
Forse la spiegazione sta proprio nei dati che condannano Napoli in coda alla lista per le virtù civili. Qui non si mettono in discussione le bellezze naturali o storiche o artistiche che certamente abbondano più che altrove. Qui si discute dell’abilità amministrativa di governare i processi della convivenza e fornire a residenti e turisti servizi all’altezza dell’importanza dei luoghi.
E così Milano, Trieste, Trento, Aosta e Bolzano occupano le prime cinque posizioni della graduatoria e Napoli viene relegata nelle retrovie nonostante il suo spagnoleggiante splendore facendosi battere in peggio solo da Palermo (95sima) e Reggio Calabria (101sima) tra i capoluoghi del Mezzogiorno: Cagliari 20sima L’Aquila 62sima, Bari 71sima, Campobasso 80sima, Potenza 85sima.
Certo, la piccata risposta di cittadini e commentatori locali è sempre la stessa: chi andrebbe mai a vivere ad Aosta o Belluno o Pordenone, tanto per citare qualche meta premiata dal sondaggio? Chi potrebbe mai ambire a trascorrere una vacanza in quei posti invece che ad Ischia, Capri, Costiera sorrentina o amalfitana? Quale subdola manovra del Nord si nasconde dietro i tristi risultati?
E in effetti se cambiassero i punti di riferimento muterebbero anche le posizioni ma resterebbero ferme l’ampia inefficienza e la vuota retorica che da quattro lustri accompagnano la scandalosa vicenda del museo di Totò concesso e negato a ripetizione come simbolo dell’inconcludenza di una classe dirigente che non si limita a quella amministrativa e politica comunque maggiormente responsabile.
Ora un permesso mancante ora un’autorizzazione che tarda a venire ora una lite tra autorità competenti e incompetenti, la storia degli insuccessi inanellati all’ombra del Vesuvio si arricchisce ogni giorno di un nuovo capitolo. Arduo il compito del neosindaco Gaetano Manfredi impegnato nella ricostruzione di una macchina finita di rottamare dal velleitario predecessore in bandana.