Napoli? La Babele all’incontrario: un Plebiscito di giovani per la pace

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Una Babele all’incontrario. A Napoli. Un Una Babele all’incontrario. A Napoli. Un tempo, secondo il racconto mitico del Genesi, il Signore confuse la lingua su tutta la terra e l’uno non comprese più la lingua dell’altro. Qui, in una piazza di Napoli, una medesima istanza condivisa dal mondo giovanile viene tradotta in tutte le lingue, perché tutti possano capire. La tecnologia originaria, fatta di mattoni cotti al fuoco, dava luogo a città e torri che avrebbero voluto toccare il cielo, ma quelle carte furono sparigliate dall’Assoluto. Il Signore interviene in quel fare e costruire perché svolto senz’anima, confonde e disgrega. Era così perduta l’età di quando tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole. Il gesto dei giovani di Napoli nell’ambito di “Giovani della pace” (appuntamento mondiale del Sermig realizzato quest’anno in collaborazione con l’Arcidiocesi di Napoli guidata dal cardinale Crescenzio Sepe), ovvero una lettera indirizzata a tutti i cittadini della terra in tutte le loro lingue, è un segno di comprensione che lascia essere le differenze, che trova un denominatore condiviso. Anche questo può far accadere la pace, di cui i tanti, troppi, conflitti accesi in vari quadranti del mondo sono oggi la puntuale, quotidiana, deprecabile smentita. Gesto di speranza, nel nome di Francesco, l’uomo inerme che, in Assisi decide di “spoliarsi” di ogni bene. Il personaggio più idoneo per operare, piuttosto che parlare, la pace. Visitando la città umbra, anche papa Francesco in quel luogosimbolo della spoliazione, sognò una Chiesa povera e inerme per i poveri. Come ha scritto il pontefice per la Giornata mondiale della pace del 2015, si tratta di non considerare più l’altro uno schiavo, ma un fratello. Gli abominevoli volti della schiavitù: traffico di esseri umani, tratta dei migranti e della prostituzione, lavoro-schiavo, sfruttamento dell’uomo sull’uomo, mentalità schiavista nei confronti delle donne e dei bambini… altrettanti conflitti non armati, il cui nemico è sempre l’essere umano. Ma l’iniziativa napoletana promossa dal Sermig (nato nel 1964 da un’intuizione condivisa di Ernesto Olivero), ricorda la schiavitù della guerra con le armi. Si può mai trasformare un arsenale bellico in luogo di accoglienza dell’altro? Le opere di giustizia e di sviluppo del Sermig scommettono sui giovani per cercare le vie della pace. La Fraternità della Speranza diventa contagiosa e lo fa nella città-simbolo del Sud. Un altro tipo di “rottamazione” del passato, in una città-vetrina internazionale in cui non si parli soltanto di banche, né solo di superamento dell’usurato, ma anche di forniture di armi, di operazioni militari in corso: Kfor, Isaf, Ocean Shield, Active Endeavour, di tutela aerea in Turchia, di come far fronte alle sfide alla sicurezza globale che vengono da Medio Oriente, Mediterraneo ed Africa. Senza le lingue incomprensibili di Occidente e di altri, di amici e nemici, soprattutto senza pensare alla guerra e alla pace come se non fossero fatte di volti concreti e di soggetti umani. Certo, come ha detto il ministro Angelino Alfano alla Camera il 9 settembre scorso: “Il terrorismo è sovversione sistematica di valori assoluti, di tradizioni religiose, di appartenenze culturali, di diritti e di libertà”. Ma il terrorismo internazionale non è mai senza volto. Spesso, se è di matrice religiosa, si traveste del volto di Dio, confondendo le lingue. Una lettera in bottiglia, affidata al mare della vita partirà dai giovani per la pace. I destinatari non sono gli individui ma le coscienze morali. C’è speranza che le coscienze abbiano un moto di ribellione e soprattutto ri-attivino il dinamismo delle scelte libere. Ma bisogna evitare i “nostri” e i “loro”. Evitare l’astratto – l’umanità, l’Occidente, perfino le etichette con cui i Paesi opulenti identificano di volta in volta il loro nemico di turno (da Bin Laden all’esordio del millennio all’Isis di questi giorni). Sull’aereo verso l’Indonesia papa Francesco disse che bisogna “fermare” chi commette crimini contro l’umanità e alimenta focolai inutili di guerra. Fermare, non bombardare. Come si ferma il folle, senza sopprimerlo?

Pasquale Giustiniani

Teologo – Facoltà Teologica S. Tommaso d’Aquino – Napoli