Napoli, la città e lo schermo nel nuovo millennio. Antonio Tedesco, un racconto senza titoli di coda

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di Fiorella Franchini

“Il cinema è uno specchio dipinto” per Ettore Scola e, in questa immagine si riverbera, con una moltitudine di riflessi, il contradditorio ritratto di Napoli. Antonio Tedesco, giornalista e critico, nel saggio “Napoli cinema 2000 – La città e lo schermo nel nuovo millennio”, Editore Phoenic Film Protection, analizza la produzione cinematografica degli ultimi vent’anni che ha avuto la città come oggetto-soggetto, tracciando la sua molteplicità di aspetti e modi di essere. Il rapporto è antico, risale ai tempi del “ muto” fino agli anni Trenta del Novecento in cui il cinema era fatto a Napoli per i napoletani. Con l’avvento della sonorizzazione e il passaggio a una creazione industriale, le pellicole, sebbene ambientate in città, finirono con l’essere confezionate a Roma, nei grandi centri produttivi. Tuttavia, le nuove tecnologie, offrendo possibilità di espressione più varie e a minor costo, sembrano registrare negli ultimi decenni, un cambiamento di tendenza riportando ispirazione, scenografia, montaggio e distribuzione in ambito locale. Un grande risultato anche dal punto di vista economico e sociale che tende a creare un indotto importante. “Il cinema è un’industria culturale. – ha sottolineato Franco Cristaldi – Realizzare film significa anche assumersi una responsabilità sociale e morale. Pertanto non dobbiamo produrre quello che si può vendere, ma vendere quello che si vuol produrre.” La carrellata di Antonio Tedesco mostra il passaggio da un prodotto folcloristico e stereotipato a un graduale focus sugli aspetti più intimi e reali della città. Uno sguardo cinematografico che punta sempre di più a proporre una contemporaneità complessa in perenne equilibrio con le componenti storiche, culturali e collettive di Napoli e del suo hinterland. Dall’analisi dell’autore emerge chiaramente che nonostante i Garrone, i Turturro, gli Amelio, i Sorrentino, non esistono scuole o manifesti riconducibili a un “cinema napoletano” quanto piuttosto intrecci e connessioni, a volte involontari, a volte dettati dallo spirito del tempo, a volte intuiti, che congiungono i film, come misteriose corrispondenze e richiami. La connaturata alterità di Napoli, quel suo essere sempre al di là, si sforza di addomesticare la modernizzazione, a modo suo, senza rinunciare a quell’apparente disordine sociale e culturale, continuando a generare creatività. Quasi tutti i film cercano di cogliere l’anima stessa della città e, inevitabilmente, ne raccolgono il senso primitivo e filosofico. La riflessione di Tedesco mostra quanto questa ricerca, anche quando sembra esasperare il localismo, con l’utilizzo della lingua partenopea, finisce per diventare universale, generando fenomeni. Un saggio costruito con rigore, senza essere pedante, che riepiloga una produzione ricchissima seguendo un filo logico dei soggetti più coinvolgenti, dai film sui riti collettivi della festa a quelli che riprendono l’immaginario della ricca tradizione culturale come “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone o “Passione” di John Turturro o in “Napoli velata” di Ozpetek, dove memoria e realtà si fondono in una complessità di significati, fino alle pellicole comiche, ai documentari, alle serie televisive, ai cartoni animati. Luci e ombre, sangue, canzoni, disagio sociale e ironia, tutto finisce dentro una scrittura di luce e d’immagini che genera racconti sempre nuovi. In una continua osmosi di sensi, la vita viene proiettata come un reality e la finzione diventa realtà, tanto da creare una sorta di tendenza, un brand che rappresenta la città nella sua inqualificabile varietà. Napoli continua a costituire per i cineasti una sfida perenne in cui si confrontano e si affinano tecniche e ispirazioni, in un’incessante trasformazione di espressioni e di contenuti. Un volume dalle conclusioni aperte, necessariamente rivolto al futuro in cui accogliere nuovi suggerimenti e produzioni. Lo si voglia oppure no, il racconto di Napoli non ha titoli di coda.