Napoli, la proposta dello psichiatra D’Ambrosio: Challenge tra quartieri per il decoro urbano

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in foto il professor Antonio D'Ambrosio, psichiatra e psicoterapeuta, fondatore del CBT Clinic Center di Napoli

“A Napoli servirebbe una challenge, una sfida sociale tra i quartieri, per alimentare il decoro urbano. Il rifiuto urbano, che è considerato uno scarto, non è solo qualcosa di sporco ed inutile, ma – se selezionato correttamente – è capace di produrre profitto. Lo è già per l’azienda che lo raccoglie e lo trasforma, l’Asia, potrebbe diventarlo anche per i napoletani. Perché allora non utilizzare la materia prima, derivante dalla spazzatura, per alimentare un circolo virtuoso in cui il cittadino fa meglio e di più la differenziata ed il Comune di Napoli e l’azienda preposta alla raccolta ne premiano il risultato intervenendo ogni tre mesi nel quartiere con opere di ripristino della viabilità o interventi di decoro urbano?”
A lanciare la sfida è lo psichiatra e saggista partenopeo, Antonio D’Ambrosio. “Il luogo di residenza a Napoli è vissuto con prospettive diverse che si declinano in un crinale che va dall’ostentazione all’invidia, l’attenzione del cittadino è prevalentemente rivolta in maniera ristretta alla propria unità abitativa. Viene così a mancare quel senso di appartenenza e identità di quartiere, come avviene in altre città, dove risiedere in una specifica contrada sancisce un forte legame tra gli stessi contradaioli e questo è spesso alla base di una sana competitività tra di esse”.

Qui a Napoli… invece?
Siamo abituati a deplorare con sterili esternazioni il disagio per il degrado in cui versano le strade del capoluogo campano (marciapiedi sporchi e dissestati, rifiuti abbandonati, panchine divelte e alberi spiantati e non riposizionati ecc.), a queste, infatti, non seguono incisive e fattive azioni per attivare il ristoro e recupero dell’area. Il risultato apparente configura una reale ‘abitudine’ per le aree di degrado urbano in cui ci troviamo a vivere. A questo si aggiunge la difficoltà a identificare gli eventuali interlocutori ‘responsabili’, che appaiono entità astratte, celate dietro uffici o procedure anonime di difficile interazione.
Un altro problema è quello relativo ad un effettivo ed efficace miglioramento della raccolta differenziata dei rifiuti urbani, che potrebbero rappresentare anche una fonte di reddito, soprattutto in ragione di una maggiore ‘purezza’ delle materie prime dei loro derivati.

Anche in questo caso c’è qualche anomalia…
Il cittadino non ha mai avuto modo di constatare il valore positivo del rifiuto urbano, ma focalizza l’attenzione sul gravame ‘eccessivo’ rappresentato dalle imposte sui rifiuti urbani. La comunicazione in tal senso non ha aiutato, il messaggio appare limitato alla promozione di un senso di maggiore responsabilità, punito ‘eventualmente’ da sanzioni o da un progressivo incremento dell’imposta in caso d’inadempienza collettiva. Il mancato senso di appartenenza al quartiere con la conseguente disaggregazione dei vari individui rendono meno incisiva anche l’azione volontaristica del singolo soggetto. Pertanto, un’azione importante potrebbe essere quella di promuovere il senso di appartenenza al quartiere in modo da incidere sulla vivibilità ma anche sulla promozione della qualità delle relazioni tra i vari concittadini accomunati da un migliore senso di appartenenza.

Da qui l’idea di riconvertire questa rivalità tra abitanti in una sana competitività tra quartieri?
Sì, utilizzando la quantità e l’attenzione alla qualità della differenziazione del rifiuto urbano. La vendita ed il riutilizzo di questa fonte di materia prima rappresenta un valore economico di reddito per l’Asia, e, in percentuale, può essere restituito sul quartiere più virtuoso sotto forma di progetti puntuali di recupero del degrado urbano in singoli segmenti dello stesso quartiere.

In che modo?
Questi volumi di rifiuto dovrebbero essere documentati trimestralmente, dando risalto ai risultati prodotti sotto forma di ritorno economico al singolo quartiere vincitore vincolati al recupero di segmenti di aree urbane. La periodicità breve (trimestrale) e la comunicazione pubblica del risultato prodotto è fondamentale, perché la premialità del risultato non deve essere allontanata eccessivamente dal conseguimento dello stesso per non perdere l’associazione tra il cambiamento comportamentale e il ‘premio’ ottenuto, ovviamente da considerare in termini percentuali al profitto che l’Asia ne trarrebbe. Questa ‘sfida’ tra i vari quartieri potrebbe avere dei risultati simpaticamente inaspettati, potendo ribaltare la presunta rispettabilità dei quartieri ‘bene’ a favore dei quartieri più periferici.

Professor D’Ambrosio, quando è nata l’idea di questa sfida tra quartieri?
“Guardo ogni giorno Napoli con gli occhi del residente ma anche del professionista e mi accorgo sempre di più che manca un’identità di quartiere, che invece è rintracciabile in altri posti d’Italia dove le sfide tra contrade, anche molto accanite che generano valore turistico e, quindi, economico per la comunità e per la città in cui si vive. In ogni quartiere di Napoli ci sono segmenti di strade e marciapiedi che sono in uno stato di grave degrado, anche semplici interventi puntiformi (es. una panchina, una piantumazione di alberi, un rifacimento di un tratto di marciapiede ecc.) potrebbero produrre l’effetto di aver contribuito con un proprio comportamento virtuoso ad un effetto tangibile fungendo sulla leva sociale che attiva una sana competizione. È sicuramente un elemento su cui il Comune potrebbe lavorare con la sua azienda per la raccolta differenziata, l’Asia”.

Come immagina concretamente questa gara?
Non nascondo che quest’idea potrebbe avere diverse criticità, alcune delle quali sarebbero da affrontare con i tecnici del campo (es. il calcolo della diversa quantità del rifiuto validamente differenziato, la riconversione economica della percentuale di profitto da riconoscere al quartiere, l’identificazione del soggetto attuatore del programma di decoro urbano ecc.), la differente densità abitativa dovrebbe essere calcolata dividendo la massa del rifiuto di qualità prodotto per il n° degli abitanti del quartiere. Il cittadino potrebbe seguire con una app specifica il risultato che andrebbe a comporsi, con un conseguente atteggiamento competitivo. La consapevolezza del premio è un altro fattore fondamentale di efficacia del cambiamento comportamentale. Nei primi tempi il progetto dovrebbe prevedere un investimento in termini di comunicazione e promozione. I risultati devono essere evidenziati con una risonanza mediatica e apponendo targhe sui progetti realizzati. Potrebbero essere coinvolti dei ‘testimonial’ che abitano in ciascun quartiere capaci di aggregare l’identità di appartenenza. Le regole d’ingaggio devono essere chiare e verificabili. Il quartiere che migliora la propria performance in materia di raccolta differenziata riceve dopo tre mesi, non a babbo morto, una premialità attraverso interventi di ristrutturazione urbana, decoro, pulizia delle strade, verde pubblico. Cose tangibili, che abbiano un impatto immediato che siano in grado di invogliare la comunità a costruire un’identità di quartiere”.

A chi rivolgerebbe un appello perché da idea si trasformi in realtà?
“Agli Assessorati comunali competenti per materia, quello all’arredo urbano e quello al verde, e anche alla governance dell’Asia. Ho maturato questa proposta come cittadino napoletano, perché da tempo mi stavo interrogando sul modo nel quale noi singoli possiamo intervenire in una partecipazione spontanea, senza pretese e senza secondi fini, per il decoro e la vivibilità della nostra città, superando la sterile lamentela improduttiva. Spero che questa proposta possa stimolare l’Amministrazione locale a imboccare una strada di questo tipo ed alimentare un senso civico e di appartenenza all’interno dei singoli quartieri”.