Napoli, le fotografie in deep trance di Camillo Ripaldi alla Nina Gallery di via Nilo. Mostra a cura di Marina Guida

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Sabato 3 e domenica 4 ottobre dalle 11 alle 18, all’interno del cortile dell’antico Palazzo Monte Manso di Scala, in via Nilo 34, la NINA Gallery Open Space, nell’ambito della manifestazione Open House giunta alla sua seconda edizione, aprirà al pubblico la personale dell’artista Camillo Ripaldi, dal titolo “Deep Trance”, a cura di Marina Guida.
Il nuovo progetto pensato appositamente per questa occasione espositiva, presenta una grande installazione a parete ed una decina tra dittici e trittici di fotografie digitali di medie dimensioni, dalle quali emerge – tra alchimie e sinestesie – un’approfondita indagine degli archetipi e dei loro rapporti; interpreti di una fotografia intesa come continua esplorazione di immagini primordiali, molto spesso emerse dalla natura dei materiali e dei soggetti fotografati. Simbolismo, ed esoterismo, architettura, urbanistica, interesse per l’archeologia, la storia dell’arte e la cinematografia, frammisti ad una rigorosa indagine filosofica, antropologica e sociologica: tutto questo compone il multiforme universo visivo del poliedrico artista partenopeo.
Come nello stato di deep trance, nel quale l’individuo vive la destrutturazione del suo stato di coscienza e può avvertire delle sensazioni di spersonalizzazione o irrealtà e approda alla formazione di nuovi stati esperenziali che destrutturano le abitudini visive costruite e mantenute invariate dalle gabbie della coscienza, così nelle fotografie di Ripaldi, i piani di realtà di mescolano e confondono, dando luogo ad associazioni mentali ed immagini fugaci, a cavallo tra passato e presente tra inconscio collettivo e memoria personale, tra reale ed irreale, tra architetture moderniste, e cupole di chiese rinascimentali, statue romane e visioni urbane, elementi naturali sovrapposti a modulari strutture abitative, fino ad arrivare alla Flagellazione di Caravaggio, cui si sovrappongono le fenditure/ferite delle pareti di pietra nelle cave di Chiaiano, che rimanda alla mente la flagellazione cui è sottoposta la terra, per l’intervento umano sempre più aggressivo ed invasivo. L’artista lavora per sovrapposizione di senso, tessendo una fitta trama di accostamenti incongrui e visioni surreali, muovendo riflessioni ed interrogativi che mescolano all’ intento utopico, quello filosofico e politico.
I suoi scorci di Napoli raccontano di come l’autore sappia guardare e reinterpretare alla sua maniera la lezione dei maestri del passato, ma soprattutto costringono il fruitore a porsi degli interrogativi, che riguardano le abitazioni nelle quali viviamo, i sistemi di credenze ai quali viene attribuito valore, le grandi narrazioni che influenzano le nostre azioni, addirittura la nostra capacità di visione. Qui, come in un flusso continuo d’ immagini che si sovrappongono ad altre immagini senza soluzione di continuità, l’umanità sembra essere avvolta in uno stato di trance, che non le consente più di avere uno sguardo lucido sulla realtà, che appare frammentaria, disconnessa, incomprensibile. E’ come se l’ordine del discorso dell’esistente fosse sempre lo stesso, che si reitera negli stessi schemi e nelle stesse forme da decenni. Su tutte le fotografie si intravedono i calcinacci e le crepe di un mondo che tarda a scomparire, fa fatica a mutare, che ha assunto a regola di base il perseguimento dell’eccesso e della sovrabbondanza, della proliferazione dell’inessenziale, del predominio dell’artificiale sul dato naturale. Sembra impossibile ristabilire una rotta, un ordine inverso all’eccesso, ed è qui che Ripaldi compie la sua magia: attraverso le sue composizioni impossibili – trasgredendo ogni regola della composizione fotografica classica – passando attraverso la vertigine della visione, ci fa riflettere una volta di più, sulla possibilità che la fotografia ha di catturare la realtà e raccontare meglio di ogni altra disciplina del visivo, una verità più ampia dell’orizzonte del visibile, proprio perché ha fatto i conti con quello invisibile.
Nato a Pomigliano d’Arco nel 1970, Camillo Ripaldi si laurea in Conservazione dei Beni Culturali, con una tesi sull’uso della fotografia nella storia dell’arte. Tra sue le mostre da segnalare “Questi fotografi non sono io” (2016) al Museo Archeologico Nazionale, Napoli, a cura di Marco de Gemmis, con il matronato del Museo Madre e la collaborazione della Fondazione Morra Greco; “Condensazioni” (2012), al Pan Palazzo delle arti Napoli, a cura di Marco de Gemmis e di Studio Trisorio; “Much-Ology” (2006) alla galleria Studio Trisorio di Roma; Banca Dati (2005), “Archivio di Stato”, Napoli, nell’ambito della VII settimana della cultura organizzata dal Ministero per i beni e le attività culturali; “Notizie da Capodimonte” (2004), in collaborazione con la Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Napoletano, a Napoli, Castel dell’Ovo, a cura di Stefano Causa; “Fotografie” (2002) allo Studio Trisorio (Napoli).