Napùl, con Marco Perillo dentro la kasbah partenopea

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di Fiorella Franchini

Saggista, giornalista, scrittore, Marco Perillo deve molto del suo genio creativo alle doti di osservatore e di analista della società partenopea, in modo particolare di quel magma ribollente di pulsioni, di energie che scorrono sotto la crosta platinata della città. In Napùl edito da Alessandro Polidoro, ha saputo registrare e fotografare la realtà come un cronista in trincea, di quelli che non temono di testimoniare la cruda drammaticità dei fatti trasfigurandola, in seguito, in letteratura. Quindici racconti che compongono un romanzo realista e insieme lirico di una Napoli inafferrabile. La consapevolezza intellettuale ed emotiva dell’autore non poteva che scegliere una struttura narrativa breve e antologica, la più adatta a rendere la frammentarietà dell’universo napoletano, nel solco di una tradizione antica, da Basile a Matilde Serao a Salvatore Di Giacomo, passando per Domenico Rea. Ogni brano custodisce piccole verità inseguite attraverso i frequentatori invisibili di quartieri, strade, vicoli che vanno dal centro storico alla collina, alla periferia. Ritroviamo Bagnoli, Posillipo, Scampia, Poggioreale, l’Arenella, il Pallonetto, quartieri come campi di battaglia, dove s’incontrano e si scontrano umanità differenti, ognuna espressione di vicende emblematiche, a volte drammatiche, a volte tragicomiche. Una topografia veritiera e simbolica che fa da sfondo, restando anche protagonista di un’esistenza tragica. Una kasbah metaforica in cui privato e sociale s’intersecano, con torri merlate che svettano verso il cielo e mura lisce che nascondono colpe innominabili, piccoli cortili in cui far sostare lo spirito e terrazze per sognare, granai colmi di bellezze, oscuri agadir in cui si ammucchiano passioni immorali. Una città in guerra con se stessa, dove ognuno combatte per una sopravvivenza dolorosa, dove è permessa ogni ingiustizia, ogni violenza, in nome di un atavico spirito di conservazione. I valori si capovolgono: onore, rispetto e fedeltà sono le virtù di clan e baby gang, il coraggio appartiene a chi riesce a mimetizzarsi nella selva di corruzione e degrado. Si avvicendano atmosfere noir e cronaca giornaliera: un omicidio surreale, giovani violenti contro un autobus fermo nel traffico; un padre malavitoso che contrasta il fidanzato della figlia; una madre costretta a far arrestare il figlio violento e tossicodipendente; omosessualità e terrorismo internazionale, drammi soggettivi sublimati da un senso universale e da una scrittura elegante, raffinata nella sua mescidanza d’italiano e lingua napoletana che rende le pagine una lunga partitura musicale, dove i toni cupi si alternano a quelli modulati, quelli striduli a intensità angosciose. Un ritmo che permette all’autore di narrare con intensità il microcosmo complesso e articolato di Napoli, tenendo insieme, con un filo logico ed emozionale, suggestioni e i misfatti, la luce e l’ombra, il rigore e la fantasia. Un barocco esistenziale, come lo definisce Jean Noel Schifanò, in cui “domina il chiaroscuro e si concilia l’inconciliabile”. Pare, quasi, che sia la città a raccontarsi e, impossessandosi della scrittura, a confidarsi, a svelarsi, colpendo l’immaginazione di chi legge e di chi la vive con la sorpresa delle sue mille sfaccettature. Napoli come Kabul, intimamente mediterranea e orientale, serraglio contemporaneo dal quale lasciar fuggire ancora mille e una storia.