Narispia, genealogia di una patologia economica e umana

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in foto Annamaria Spina

di Annamaria Spina

Ogni fenomeno che attraversa in modo sistemico l’economia e la vita merita un nome, perché ciò che non viene nominato resta ignoto e ciò che resta ignoto non può essere né analizzato né responsabilizzato.

Il termine Narispia nasce dall’esigenza di dare forma concettuale a una delle distorsioni più profonde del nostro tempo… la scelta deliberata del non rispondere.

La parola Narispia si costruisce su una doppia tensione semantica. La particella “NA” richiama la negazione, la sottrazione, l’assenza. Il nucleo “RISP” deriva da risposta, che in economia rappresenta l’atto minimo di reciprocità. La desinenza “IA” richiama una condizione, uno stato, una configurazione stabilizzata nel tempo (come accade in anomia o apatia).

Narispia non indica semplicemente il fatto di non rispondere… indica la trasformazione della non risposta in una condizione strutturale, in un comportamento reiterato, in una strategia implicita che si consolida nel tempo.

In economia la risposta non è un gesto formale… è un’infrastruttura concreta. Rispondere significa ridurre l’incertezza, rendere possibile la decisione, permettere la circolazione delle informazioni, garantire continuità allo scambio. In termini sistemici, la risposta è il meccanismo di retroazione che consente al mercato di autoregolarsi e di allocare risorse in modo efficiente. 

La risposta trasforma una proposta in processo economico, la Narispia, al contrario… è la sospensione deliberata di questa infrastruttura. Non scaturisce dalla fragilità ma dalla possibilità. Chi non risponde spesso lo fa perché può permetterselo. Il silenzio diviene una forma di dominio asimmetrico… un modo per mantenere aperte tutte le opzioni senza assumere responsabilità né costi immediati.

In termini economici, la Narispia è una forma estrema di opportunismo informativo. Produce aumento dei costi di coordinamento, paralisi decisionale, inefficienza allocativa… ma soprattutto rompe il principio fondamentale su cui si regge ogni sistema economico avanzato… la fiducia.

Il rifiuto esplicito è un gesto chiaro, il conflitto è una forma di relazione, perfino il fallimento è una risposta. La Narispia invece è la negazione della relazione, non è un no… è un… “ti sospendo”, è un… ti tengo in attesa che trasferisce sull’altro il peso dell’incertezza.

In economia come nella vita, sospendere l’altro significa privarlo della possibilità di riorientare le proprie scelte, è una forma di violenza simbolica sottile… non distrugge, immobilizza, non produce rottura immediata… produce incertezza prolungata.

Ogni epoca ha la propria patologia dominante. Se il Novecento è stato il secolo dell’eccesso ideologico, il nostro tempo è il secolo dell’elusione della responsabilità. La Narispia è il segno di un’economia che ha progressivamente perso il senso della risposta come valore relazionale e come presidio minimo di affidabilità.

Non rispondere non è solo indifferenza… è una scelta, spesso una mancanza di rispetto, una sottrazione di reciprocità che altera l’equilibrio dello scambio. In un rapporto professionale, così come nella vita, l’assenza di risposta erode affidabilità e indebolisce il capitale sociale e la fiducia è il capitale più alto… quello che rende possibile ogni scambio, umano o economico.

L’economia può richiedere pazienza di fronte agli impegni e alle urgenze… ma la pazienza ha un limite. La non risposta sistematica genera un vuoto informativo che altera le decisioni, amplifica l’incertezza e introduce un rischio non dichiarato.

Quando la non risposta diventa schema ricorrente, non siamo più di fronte a una disattenzione… siamo di fronte a una configurazione relazionale instabile. Un comportamento che rende fragile qualsiasi architettura fiduciaria e che, nel lungo periodo, impoverisce il sistema.

Se l’economia avesse una morale, se fosse anche solo un codice deontologico della responsabilità, la Narispia sarebbe punibile come comportamento ad alto impatto negativo, perché compromette l’integrità dei rapporti, mina la fiducia e configura una forma di violenza relazionale… non fisica, ma strutturale… che immobilizza, consuma energia e priva l’altro della possibilità di scegliere. Una violenza difficile da misurare, ma economicamente ed eticamente reale.

La Narispia non è solo una forma di meschinità… è una sottrazione di valore e una dissipazione di capitale relazionale. Evitarla significa proteggere il patrimonio più prezioso che possediamo… la fiducia.

Se guardiamo alla vita come a un’economia di relazioni, ogni risposta è un investimento, ogni silenzio deliberato è un rischio. Proteggere la propria energia scegliendo interlocutori affidabili non è solo prudenza… è strategia economica e morale.

Vi è poi un punto ancora più cruciale… il tempo. Dietro l’assenza di risposta si nasconde un danno spesso sottovalutato… il tempo perduto.

Il tempo non è soltanto un’unità calcolabile… è la sostanza stessa della nostra vita. Ogni minuto dedicato, ogni energia impiegata, non tornerà più. Non esiste risorsa più preziosa, né più equamente distribuita… eppure è la più facilmente dissipata.

Chi non risponde non priva soltanto di informazioni… sottrae tempo, concentrazione, possibilità di scelta. Costringe a restare sospesi, ad attendere, a trattenere decisioni che potrebbero essere riallocate altrove.

Difendere il proprio tempo significa difendere il proprio capitale più raro… quello che non può essere recuperato. La Narispia diventa allora non solo una forma di negligenza relazionale… è un vero e proprio attentato al nostro bene più prezioso, alla possibilità di vivere con presenza, efficacia e dignità 

Selezionare chi merita la nostra attenzione diventa una delle decisioni economiche ed etiche più importanti della nostra vita.

Dove la risposta viene meno, il mercato si contrae. Dove la fiducia si incrina, il valore si dissolve.

“Chi non merita il tuo tempo… non merita la tua attenzione”.