Nasce la Niaf Italia. Gli Usa insegnano

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Innovare attraverso le regole è il titolo del convegno con il quale la neonata associazione Niaf Italia – costola della National Italian American Foundation di Washington – si è presentata a Roma davanti a un pubblico d’imprenditori e professionisti presso la sede dell’Avvocatura Generale dello Stato. (E l’Avvocato Generale è stato tra i relatori). Obiettivo del nuovo organismo è rafforzare le ragioni scambio, economiche oltre che culturali, tra il Bel Paese e gli Stati Uniti migliorando l’assetto legislativo con riforme appropriate che siano in grado di stimolare più convinte e larghe collaborazioni oggi solo potenziali. Prima di dipingere il quadro, insomma, occorre definire la cornice. Come l’ambasciatore americano in Italia John Phillips ha avuto modo di ripetere (non è la prima volta che la sua lingua batte sul dente che duole) gli investitori d’Oltreoceano, anche quelli di origine italiana e dunque più disponibili a usare il cuore per prendere decisioni, non hanno alcuna fiducia di come (non) funziona il nostro sistema amministrativo e giudiziario. E allora, piuttosto che rischiare d’impantanarsi in anni di controversie o incappare in sempre possibili agguati per mancata o errata segnalazione del pericolo, preferiscono restare alla finestra limitandosi a lanciare sguardi d’affetto che per paura di sbagliare non si trasformano in appuntamenti e unioni felici. Quello americano è un popolo operoso e semplice. Per funzionare ha bisogno di poche indicazioni e chiare: da una parte il bene, dall’altra il male. Se ti comporti in un modo sei un buon cittadino (imprenditore, professionista, etc), se fai diversamente sei un cittadino (professionista, imprenditore) cattivo. I margini di errore sono minimi. Per violare la legge occorre davvero volerlo fare mentre da noi il confine tra il lecito e il non lecito è assai sottile, il più delle volte soggetto a interpretazione. Quello che oggi appare pacifico domani potrebbe non esserlo più con un’estensione dell’alea che supera di molto il rischio d’impresa e scoraggia soprattutto i benintenzionati. Non possiamo meravigliarci, dunque, se gli investimenti esteri in Italia languono e sono vicini allo zero nel Mezzogiorno. Non bastano più le belle parole e gli inviti di maniera. C’è bisogno di atti concreti che trasformino dall’interno una società che si sta corrompendo più per mancanza di un solido patto tra i suoi tanti attori che per bruttezza d’animo.