di Salvatore Vicedomini
E’ accertato da tempo che la maggior parte dei fossili impiegati in stratigrafia provengono da sedimenti accumulatisi nell’ambiente marino e lo studio in dettaglio di questo ambiente è fondamentale per le ricostruzioni paleoambientali. Le proprietà ambientali marine rispetto a quelle terrestre sono quasi sempre più uniformi e costanti considerando la peculiarità che il mondo marino risulta essere molto più esteso di quello terrestre. Infatti, attualmente gli oceani occupano il 70,8 % della superficie terrestre e raggiungono inoltre profondità di oltre 11000 metri con una media di circa 3700 metri. Generalmente negli ambienti marini gli organismi sono diffusi irregolarmente, sia qualitativamente che quantitativamente, ragion per cui spesso si possono avere ritrovamenti di fossili sedimentati massicciamente in determinate zone. L’ecosistema marino viene suddiviso sia avanzando dalla linea di costa verso il mare aperto e sia scendendo in profondità: suddivisione barimetrica in cui la classificazione degli ambienti marini si determina in base alla profondità e alla penetrazione della luce. Il sistema profondo detto anche afitale (privo di vegetali autotrofi) si suddivide in più strati fino a raggiungere il più abissale detto piano adale che si estende tra i 6000 e gli 11000 metri e comprende le grandi fosse oceaniche. Quasi tutte le superfici di questo piano sono ricoperte da uno strato di fanghi rossi argillosi; i substrati rocciosi sono di solito eccezionali e per lo più di tipo azoico, ossia dal punto di vista paleontologico, sedimenti che non contengo alcun fossile o traccia di vita animale o vegetale. Per questo la fauna generalmente è rappresentata da Policheti (vermi), vari Artropodi e batteri barofili che si moltiplicano solo a elevate pressioni.
In questo macabro e desertico fondale marino, una balena costituirebbe un autentico buffet dove tutti i tipi di organismi si concentrerebbero attorno alla carcassa per alimentarsi a sazietà, trasformando un ambiente desolato in un territorio ben animato, un’autentica oasi di vita. Questo fenomeno denominato “whale falls” (cadute di balene), in genere è contraddistinto dalla presenza di una sola balena che si deposita sul fondo marino, ma nel 2023 si è verificato un evento eccezionale.
Luogo dove si trova la Fossa Diamantina
Precisamente nel febbraio di quell’ anno, a bordo del sommergibile cinese Fendouzhe, un gruppo di studiosi cinesi guidato da Xiaotong Peng, ricercatore presso l’Istituto di Scienze e Ingegneria delle Profondità Marine dell’Accademia Cinese delle Scienze, si è inoltrato nella Fossa Diamantina, una lingua di fondo marino lunga quasi 1.200 chilometri nell’Oceano Indiano sud-orientale incisa da fosse e dorsali. Una fascia oceanica che si trova a una profondità tra i 4600 e 7000 metri in una delle zone più remote dell’oceano Indiano sudorientale. Il sommergibile specializzato per acque profonde e dotato di videocamere, bracci meccanici, e dispositivi aspiratori si era imbattuto in una vasta necropoli di balene. Il vasto accumulo di fossili di scheletri comprendono cinque comunità naturali che corrispondono precisamente a 476 cetacei fossili registrati. Il progetto, partito quindi nel 2023, ha visto anche la partecipazione di ricercatori neozelandesi e, a partire dal 2025, dei paleontologi Alberto Collareta e Giovanni Bianucci del dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa. Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature dal titolo “A 5.3-million-year-old deep-sea whale necropolis in the Diamantina Zone”, è stato eseguito all’interno del progetto internazionale Global Hadal Trench Exploration Program (GHEP), patrocinato dall’UNESCO come ci ha confermato il paleontologo Alberto Collareta : “Il prof. Bianucci fu contattato nella primavera del 2025 dai colleghi dell’Accademia Cinese delle Scienze che condivisero alcune foto di resti di cetacei raccolti su un fondale molto profondo. I ricercatori cinesi avevano già classificato i reperti come appartenenti alla famiglia degli Zifidi (cetacei tipici delle profondità oceaniche che si alimentano delle sostanze nutritive presenti sul fondo marino e hanno incredibili abilità natatorie), che in seguito è risultata la famiglia più rappresentata in quel contesto abissale. Nel giugno del 2025 io e il prof. Bianucci ci siamo recati in Cina per studiare direttamente tutto il materiale repertato”.

Lo studio, grazie alla straordinaria capacità di questo batiscafo di raggiungere profondità abissali fino a 11000 metri, si è svolto su una vasta zona abissale come ha dichiarato lo stesso Collareta: “in questa fossa, che si sviluppa nell’oceano Indiano meridionale al largo della zona occidentale dell’Australia, è presente una enorme concentrazione di resti di cetacei, sia con scheletri recenti che sono ancora in via di degradazione che con reperti molto più antichi datati a circa 5 milioni di anni fa. Quindi, –ha continuato il ricercatore- ci siamo trovati di fronte ad una sorta di continuum temporale costituito da scheletri fossili molto antichi, fossili un po’ più recenti e infine carcasse che si saranno depositate negli ultimi migliaia e centinaia di anni. L’eccezionalità di questo giacimento è determinata certamente dal record di profondità in cui si trova, potendo affermare che è anche un deposito paleontologico in via di arricchimento; tuttavia rimane l’aspetto enigmatico del peculiare corridoio fossile di carcasse che si è creato. Infatti, ha sottolineato Collatera– intono alle ossa, specialmente quelle più recenti, sono stati trovati molti organismi sconosciuti che possiedono una dinamica biologica particolare evolutasi proprio per sfruttare al meglio ogni piccola particella organica di questi enormi cetacei, considerando anche, che a quelle profondità ci troviamo in un ambiente marino con condizioni chimico-fisiche abbastanza estreme (pressione-, temperatura, mancanza di luce). Per quanto concerne la presenza di tante carcasse allineate lungo questo corridoio abissale si potrebbe ritenere che tratti di una sorta di filo conduttore capace di connettere tra di loro questi singolari ecosistemi chiamati – well-for-community.”
Resta ancora sconosciuta la causa dell’elevata concentrazione di cetacei in quella striscia di fondale durante tutti i milioni di anni fino ai tempi attuali, come ci ha confermato il ricercatore italiano: “è possibile che gli Zifidi, caratterizzati da un muso lungo e robusto, trovino una così sostanziale quantità di prede nei livelli oceanici superiori della fossa Diamantina, ma non ne abbiamo ancora la certezza. Però, analizzando le caratteristiche fisiografiche del fondale, si nota che la fossa ha una forma a V che potrebbe far ipotizzare una tendenza a cacciare di queste balene lungo i margini di queste pareti rocciose, considerando anche che alcune specie moderne vivono in quella zona; tuttavia al momento, è da chiarire bene il ruolo che occupa la fossa Diamantina per le balene moderne. La maggioranza di tutti i fossili appartiene agli Zifidi, mammiferi predatori di calamari, e fra tutte le specie, sia quelle viventi che estinte, è stata trovata una nuova specie fossile a cui è stato dato il nome di Pterocetus diamantinae. I rostri lunghi, estremamente duri e resistenti alla degradazione si sono conservati per milioni di anni grazie a una forma di involucro costituito da incrostazioni di ferro-manganese. Dal punto di vista paleontologico- ha concluso Alberto Collatera– si apre una nuova finestra ad un nuovo tipo di fossilizzazione da poter approfondire e sicuramente questo giacimento costituisce un monito per la conservazione e preservazione di siti fossili ad alte profondità, specialmente per difenderli dai pericoli costituiti dalle attività estrattive delle società minerarie.”








































