Nell’epoca dei monologhi tutti parlano di creatività ma nessuno crea davvero

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Nell’estate che sta per concludersi, specialmente nel campo cosiddetto culturale, i monologhi sono aumentati a dismisura nelle località turistiche, dove a pronunciarli e ad ascoltarli sono stati molti venuti dalle città, nelle quali continuavano altri monologhi. Se i monologhi, da un lato, hanno aumentato la disintegrazione della cultura, dall’altro hanno ampliato la sua massificazione. Così, in un tempo in cui si parla sempre più di creatività, l’autentica creazione è sparita. La cultura, per sua natura, richiede qualità alla quale si perviene mediante precise e responsabili scelte, ispirate dal senso e dall’orientamento che si sono dati al vivere, che rinnovano e rafforzano. Ma quasi tutti i monologhi rivelano che l’unico senso che si possiede è il godere, l’unico orientamento quello di soddisfare bisogni e desideri immediati. Questo determina un andare a vista che dimentica il passato e si disinteressa del futuro. Monologhi non mancavano nel passato. Ma rivelavano convinzioni alle quali si era pervenuti dialogando a lungo con se stessi e con le circostanze. Ora invece i monologhi sono espressione di un pensiero non ripensato, che tende a presentare come assoluti aspetti di un insieme che non si possiede.Moltissimi monologhi vengono sintetizzati in slogan tesi ad attrarre, ed a manifestare una consistenza che invece non hanno. Parecchi richiamano qualche verità universalmente riconosciuta, che non si possiede, per cui essi finiscono addirittura con il distorcerla. Non mancano monologhi che affermano di essere in dialogo con quella natura, quella storia, quell’arte di luoghi famosi che invece o interpretano unilateralmente o addirittura tradiscono completamente. Ai monologhi, attuazione della spettacolarizzazione sostenuta dall’economia mercantile, si assiste spesso in moltissimi. Ma, per lo più, senza entusiasmo, quasi con indifferenza, come se non ci fosse né ci potesse essere altro. Se protagonista del monologo è qualcuno del quale parlano i mass media, si bada a lui e non si pensa a quel che dice. Non si cura ciò che possa alimentare ed arricchire la mente e l’animo. Ci si accontenta solo di soddisfare la vista e l’udito. Monologhi singolari, individuali, qualificati potrebbero suscitare entusiasmi e, sconvolgendo, potrebbero suscitare dure reazioni. Ma non avvengono né entusiasmi né reazioni perché essi, anche se proposti e anche se svolti, sono ignorati dai mass media, espressione della massa che domina sostenuta del potere economico. In meno di un secolo si è accresciuta notevolmente quella crisi che José Ortega y Gasset aveva descritta nel 1929, ritenendola già grave, e che sembra ormai inarrestabile. È una crisi che alimenta il disorientamento ed accresce il disagio. Disorientamento si ha quando mancano punti fermi che possono determinare un preciso ed etico cammino verso una sicura meta, non solo materiale ma anche spirituale. Disagio si ha quando non si è lieti e sereni nel vivere, quando si è obbligati a fare quello che vogliono altri e non è possibile fare altrimenti. Disorientamento e disagio restano, anzi si accrescono, quando, com’è accaduto spesso in questa estate, la cultura è messa al servizio del turismo, che attualmente, a differenza del passato quando si andava di persona alla scoperta di luoghi e di istituzioni, per lo più, impedisce agli uomini di aver esperienze dirette, e non è invece a servizio di se stessa, e di conseguenza non aiuta uomini e donne di ogni età a conoscere e ad essere se stessi.