Nella politica italiana tornano “non detti” e “impliciti” (come il Quirinale a Draghi) ma non ci sono più misteri

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Durante la prima repubblica l’articolo più letto era il pastone politico dei quotidiani. Raccoglieva le posizioni dei partiti e di molti loro leader, chiarendo al lettore il significato di dichiarazioni interventi e veline di difficile comprensione perché zeppe di “impliciti” e “non detti”. I migliori riuscivano a individuare fra le righe i punti di rottura e mediazione, talvolta a suggerire percorsi.
Il pastone politico toccò il suo apice negli anni Sessanta quando fu precipitato dall’allora direttore generale della Rai come intervento politico di un professionista in un Tg di notizie lette da speaker.
I giornalisti del pastone avevano fine intuito politico e sono diventati direttori di quotidiani nazionali, telegiornali, talvolta addirittura protagonisti nelle segreterie dei partiti, i veri centri di potere dell’epoca. Per quanto ascoltati dai politici, questi uomini non erano politici e quando Vittorio Gorresio svelò uno di loro, nel libro scritto per spiegare come e perché Giovanni Leone era stato preferito a Amintore Fanfani come sesto Presidente della Repubblica, se la presero in molti, soprattutto il protagonista. L’inizio del compromesso storico, o del suo tentativo, fu gestito da alcuni di loro ma ce ne sono altri che hanno avuto ruoli altrettanto rilevanti.
“Non detti” e “impliciti” si ripresentano in questa stagione politica ma non necessitano di sforzi per essere individuati, politica e politici sono diventati espliciti perché l’obbiettivo è richiamare l’attenzione e sorprendere.
Un “non detto” da sempre sussurrato e mai esplicitamente affermato è “patrimoniale”, intesa come tassa su tutto ciò di cui si è proprietari. In Italia coincide con l’iper-tassazione dell’abitazione del ceto medio, da sempre impegnato a risparmiare per avere un tetto sulla testa e un secondo per le vacanze, con il “non detto” di offrire un tetto ai figli. Per cui è la tassa più impopolare e ha trasformato gli immobili nel pesce palla della politica.
Un “implicito” è il proporzionale della legge elettorale, da sempre per il Pd (Renzi incluso) e i fritti misti degli omonimi Gruppi di Camera e Senato ma oggi anche per M5S e Fi. Il primo per la cura dimagrante che si dice in arrivo, la seconda per quella subita. L’implicito “proporzionale” nasconde altresì un “non detto” di tutti i Partiti, la soglia di sbarramento, consapevoli che l’ampiezza degli interessi sociali in Parlamento è inversamente proporzionale alla stabilità di qualunque Governo.
Tra i tanti problemi che Draghi dovrebbe risolvere, e che se anche solo affrontati avvierebbero un circolo virtuoso, ci sono i “non detti” e gli “impliciti” di una maggioranza eterogenea.
Lega e Fratelli d’Italia si sono prestati, seppur in modo diverso, con “l’implicito” di essere pari al tavolo per l’elezione dl nuovo Capo dello Stato (a febbraio 2022 scade il settennato Mattarella) e il “non detto” di vivere, dagli scranni del Governo, i 15 mesi che li separano dalle elezioni politiche (il semestre bianco di Mattarella scatta alla fine del prossimo luglio).
Pd, Leu e Iv condividono “implicito” e “non detto” di Lega e FdI ma li considerano altrettanti “impliciti”, sentendosi gli incaricati della difesa della Costituzione Repubblicana antifascista.
M5S e Fi stanno stretti in questi format per il trend negativo dei consensi (finiranno per impugnare lo stendardo dello sbarramento di casiniana memoria) e la necessità di tamponare ulteriori esodi che temono innescati da singole scelte del Governo.
Come assisterà Draghi all’emergere di questi “impliciti” e palesarsi di questi “non detti”?
Speriamo con il piglio da Commissario d’Italia, recentemente appannato dalla scelta di alcuni/e ministri/e. Per intenderci col piglio di chi pensa che il Parlamento dovrà vedersela da solo, si fa per dire, una volta che Lui avrà traslocato al Quirinale; ossia per gli ultimi 3/4 mesi (o settimane?) della Legislatura. Un “non detto” per Lui, un “implicito” per un altissimo numero di Parlamentari.