Nello studio dello scultore Giuseppe Pirozzi: viaggio nei ricordi

226
in foto Giuseppe Pirozzi

L’occhio di Leone , ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Ilaria Sabatino

La scultura è uno dei linguaggi espressivi dell’arte, attraverso il quale l’artista, da vita ai suoi pensieri, alle sue idee, lavorando e modellando tra loro differenti materiali. Come molti altri termini riguardanti il mondo dell’arte anche il concetto di scultura è mutato nel tempo. Oggi ne possiamo parlare e saperne di più con l’artista Giuseppe Pirozzi, scultore della metà degli anni Cinquanta ad oggi.

Rapporto dell’arte, in particolare della sua arte, in una città come Napoli?
Il rapporto della mia arte in una città come Napoli, è un rapporto molto complicato e difficile. Prima di tutto siamo degli estranei il più delle volte sia in rapporto alle gallerie locali napoletane sia col pubblico. Io, in particolare, ho iniziato la mia attività non a Napoli, ma al nord ho avuto contatti con gallerie di Milano, di Torino, di Bologna, poi successivamente sono ritornato a Napoli con delle esposizioni e qualche mostra. Come dicevo prima, il contatto tra i galleristi e il pubblico napoletano è complicato, salvo con alcuni collezionisti del passato, per il resto potrei dire che il rapporto si è un po’ interrotto. Nonostante ciò, non ho mai preso in considerazione l’idea di lasciare la mia città con cui ho un legame indissolubile. La sua ricchezza culturale, ambientale e storica sono fonte vitale per le mie creazioni.

Cosa ne pensa oggi dell’Accademia di Belle Arti?
Dicevo, prima, che appartengo al novecento, quindi abbiamo fatto esperienze diverse, di un tempo che non c’è più. Potrei dire, che ora l’Accademia per me non esiste o almeno, in rapporto all’esperienze che abbiamo fatto noi negli anni ’50, ’60, ’70, poi pian piano l’Accademia come tutte le cose, tutte le Istituzioni sono cambiate, hanno avuto delle modifiche, è il tempo che è diverso. Alla domanda cosa ne penso, non lo so, ma posso soffermare il mio pensiero sui giovani che frequentano oggi l’Accademia, mi dispiace, soprattutto, perché non si trasmette, come prima, la memoria. Noi, degli anni ’50, guardavamo anche al passato per poi andare avanti, il passato è il presente ed il presente dovrebbe essere poi il futuro, c’era molto interesse in noi ragazzi, forse perché venivamo dalla guerra, quindi c’era passione, curiosità. Oggi tutte queste cose esistono, ma in minima parte, ci sono altri valori! Ho l’impressione, che gli allievi siano presi da tantissime materie che poi non so che senso abbiano e cosa lì porterà a fare dopo. Io sono per l’essenzialità, poco e buono, poi nella vita si cresce, ci si arricchisce di conoscenze, ma individualmente, secondo la propria personalità. Infine ho l’impressione, che in rapporto al novecento, noi giovani degli anni ‘50/’60, avevamo dei maestri per cui c’era un carisma, un trasmettere la propria passione, la conoscenza della vita e della cultura stessa. Oggi, non so, i maestri sono molto pochi, ci sono tantissimi professori e per tale motivo, un po’ per ironia, quando mi chiamano professore rispondo: “No io non ho mai fatto il professore, ma ho fatto l’insegnante!”.

Dopo un periodo di lockdown, ancora presente, come sta rispondendo l’arte?

L’arte risponde come prima, c’è un po’ di confusione, un periodo di stasi, per tale motivo in alcuni casi vedo un ripetersi di stili, un fare degli anni ’60. Ě un periodo di transizione, poi il concetto di arte è cambiato, il mercato stesso ha distrutto quello che è la ricerca, l’interesse, la qualità dell’opera. Il covid è stato una pausa di riflessione, come per tutti, che siamo stati costretti e poi in parte ci siamo abituati al silenzio, alla solitudine. Una situazione che già di per sé l’artista vive, perché è un solitario, lavora in silenzio e da solo. Questo è il motivo per cui le mie piccole opere le chiamo preghiere, perché è un rapporto intimo, solitario con la materia.

Cosa ne pensa della sua arte?

Io non penso della mia arte, sento un bisogno di manipolare la materia e realizzare delle opere, in virtù dell’esperienze, della cultura, della conoscenza, delle emozioni, che ricevo giorno per giorno dalla vita reale, dagli avvenimenti tragici e non. Sono una persona curiosa e ciò mi porta a trasformare tutto ciò che vedo, in emozioni che si convertono in energia, che ad un certo momento crea un’ inquietudine che mi porta a chiudermi nello studio e a realizzare quelle che poi saranno le mie opere, le mie creazioni. Credo che l’arte sia parte intrinseca della vita dell’artista.

Il passaggio della sua arte dagli anni ’60 ai giorni d’oggi?

Finita l’Accademia mi sono liberato, in parte, della figura e sotto la spinta dell’informale, che avanzava alla fine degli anni ’50, noi giovani abbiamo fatto dell’esperienze in merito a questa tecnica. Anch’io ho iniziato a fare delle sculture, liberandomi dalla figura, dalle lezioni accademiche. Superato quel periodo, c’è di nuovo la ripresa della scultura, che va dagli anni ‘63/’64 in poi, c’è un altro modo di riprendere l’immagine, che non era scomparsa del tutto e che grazie al periodo informale, essa aveva acquistato altre forme, c’è un gioco di volumi, dei chiaro e degli scuri, dei pieni e dei vuoti. La mia è una scultura di memoria, per cui c’è questa rappresentazione di elementi che rimandano alla memoria, agli oggetti del passato che in parte vengono inseriti e raccontati all’interno di essa. All’inizio, ho utilizzato con particolari tecniche, nelle mie sculture, cemento, piombo, gesso e poi con l’esperienza della fusione, della fonderia ho iniziato a fare sculture in bronzo, alcune realizzate stesso in fonderia, acquisendo una capacità di tecnica con la cera, difficile da modellare, ma essendo uno scultore modellatore non ho trovato difficoltà a lavorarla a caldo, in varie temperature e con i ferri caldi. Andando avanti, essendo il mio un lavoro di ricerca e non di mestiere, ci sono vari passaggi, attenzioni particolari in virtù dei tempi delle emozioni, in quel periodo eseguo delle opere. Poi si passa ad un nuovo periodo e ad altre ricerche, studi , un’attenzione più alla natura e fino aggiungere alla terracotta. Ora eseguo delle opere con questa materia, che mi appaga, utilizzando in parte anche il colore, il senso del colore, che ho sempre avuto che appare anche nelle opere in bronzo, dove troviamo parti lucide e opache, alternanza di piani lisci e ruvidi.
Alla fine degli anni ’70 ho realizzato sculture in argento con la tecnica della fusione a cera persa, fino a crearne sempre più piccole divenendo oggetti da indossare “dei veri e propri gioielli”, bracciali, anelli, collier. Lo stesso Enrico Crispolti negli anni ’80 le definì: “Sculture da indossare”.
Lo studio di un’artista, le sue opere, gli odori, i materiali, ti lasciano quel senso di ricerca e di passione che ti fanno apprezzare di più ciò che è intorno a te e cogliere anche il minimo cambiamento. La caratteristica dominante delle sculture di Giuseppe Pirozzi è un armonia creata, dagli incavi e dai tagli, dai chiari e scuri, di tutti quegli elementi apparentemente di bizzarra provenienza, quali numeri, lettere, forme geometriche. Tutto questo parte da una visione dell’artista che nasce, da un lavoro di ricerca, di curiosità e di desiderio di esplorare quanto di più celato ci sia della vita.