I nodi dell’Italia e la capacità di scioglierli

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I nodi stanno arrivando al pettine e nessuno può dire di non essere stato avvisato del groviglio che attendeva il pettine. Che in questo caso prende le sembianze della Commissione europea una volta di più nelle parti della suocera bisbetica pronta a criticare e sanzionare.
Nel documento di primavera le solite stoccate all’Italia: lo stallo politico fa male ai conti pubblici, non si vedono sforzi sul contenimento del deficit, la crescita si manterrà all’1,5% anche quest’anno ma il prossimo scenderà all’1,2 quando anche la Grecia esibirà un bel 2,3%.
Insomma, siamo ancora (considerati) gli ultimi della classe. Svogliati e inaffidabili. E a conferma della nostra poca rilevanza arriva la conferma di un vecchio timore: sempre la Commissione Ue propone di modificare il bilancio 2021-2027 tagliando di un 10% le politiche di coesione.
Una decisione che spiazza soprattutto il nostro Mezzogiorno che vedrà così diminuire ulteriormente le poche risorse di cui dispone e che, sia pure in modo improprio, hanno finora supplito alla mancanza d’investimenti pubblici ordinari come pure denunciato nell’indifferenza generale.
Senza considerare questi nuovi propositi e il loro effetto negativo sulla tenuta della società, l’Istat certifica che il Sud continuerà a perdere 100.000 residenti l’anno fino a che, nel 2065, la popolazione calerà dagli attuali 20,8 a 15,8 milioni e non ci saranno quasi più giovani da sacrificare.
Tutto questo mentre il Centronord manterrà la sua consistenza abitativa passando nello stesso arco di tempo da 39,8 a 38,3 milioni di abitanti. Il cui reddito pro capite continuerà a essere doppio rispetto a quello dei meridionali e con una qualità della vita di molto superiore.
Nonostante questo quadro a tinte fosche e male illuminato per la mancanza di rimedi anche solo ipotizzati, il settimo rapporto della Fondazione La Malfa conferma il buono stato di salute delle medie imprese del Mezzogiorno che non hanno nulla da invidiare alle consorelle settentrionali.
Certo, continuano a essere troppo poche per fare sistema e sono ancora rappresentate come mosche bianche: eccezioni e non la regola come invece dovrebbe essere. Ma esistono e resistono, e sono un patrimonio preziosissimo del quale non si può fare a meno per ripartire.
L’intero sistema imprenditoriale italiano – da Nord a Sud – ha reagito alla crisi tornando a investire grazie soprattutto alle opportunità di Industria 4.0 che premiando i fattori della competitività anziché i settori ha rimesso in moto gli spiriti agonistici dei capitani d’azienda.
Tanto che una ricerca internazionale informa che il Bel Paese è tornato tra i primi dieci al mondo per la capacità di attrarre capitali stranieri. Un indice tra i più sicuri per dimostrare che gli strumenti messi a disposizione dell’economia reale sono apprezzati e utilizzati.
Quegli stessi strumenti, cioè, che una fetta consistente del nuovo personale politico vorrebbe sostituire con altri più utili a distribuire che a creare ricchezza. Il che non è in assoluto un cattivo a proposito. A patto però che non si perda di vista la stella polare della crescita.