Non saremo tutti sostituiti dai robot

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Fare impresa oggi è diventato – per quelli più preparati – più facile rispetto al passato: sia per la migliore accessibilità ai fattori produttivi tradizionali, come lavoro e capitale, sia per la moltiplicazione di strumenti innovativi a disposizione dell’imprenditore ma anche dei lavoratori, in particolare quelli più formati e aggiornati.
Il lavoro è sempre meglio profilato e più qualificato. Il capitale (liquidità disponibile e tasso d’interesse) non è mai stato così abbondante. Le reti sociali influenzano come non mai nella storia dell’uomo sia l’allocazione del lavoro che quella del capitale. Un’occasione per favorire l’integrazione digitale dei nuovi processi produttivi e l’adozione diffusa di macchinari e sistemi ‘intelligenti’ è rappresentata dalla quarta rivoluzione industriale.
In questo globale e radicale quadro di trasformazioni, tutti gli aspetti socio-economici vengono toccati e modificati: dall’impatto della diffusione di innovazioni tecnologiche sul lavoro tradizionale al ruolo ed alle responsabilità classiche del lavoratore; dagli aggiornamenti normativi alle nuove formule contrattualistiche tutto passa attraverso un epocale “stress test” della società in cui viviamo, operiamo e cresciamo.
Prepararsi, studiando dati ed evidenze, è la migliore strada per aumentare le probabilità di superare con successo questi “esami”.

Francesco Seghezzi, direttore della Fondazione ADAPT, svolge da anni puntuali analisi delle dinamiche occupazionali nel mercato del lavoro, con particolare attenzione alla fascia giovanile ed al rapporto tra lavoro e innovazione tecnologica.
“La nuova grande trasformazione. Lavoro e persona nella quarta rivoluzione industriale” è il titolo del tuo ultimo lavoro di approfondimento scientifico: il mondo del lavoro sta cambiando più velocemente della nostra capacità di comprensione e di reazione?

Sì ma questa non è una novità. I fenomeni sociali ed economici prima avvengono e poi vengono razionalizzati ma nel caso della cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale sta succedendo qualcosa di diverso in realtà. Non relativamente al lavoro ma relativamente all’evoluzione dei sistemi produttivi ci troviamo oggi a discutere di una rivoluzione industriale prima che questa sia effettivamente avvenuta. Mi spiego, l’idea di Industria 4.0 nasce in Germania con chiari obiettivi di politica economica da parte del governo tedesco ma, avendo avuto il pregio di raccogliere sotto un concetto unico alcuni trend delle trasformazioni odierne, è diventato presto una realtà nella mente delle persone, complice il mondo dell’informazione, prima di diventare una realtà nella produzione. Con questo non voglio dire che non vi siano esempi di 4.0, ma che questi esempi sono ancora all’inizio e sarebbe un grave limite immaginarsi già un punto di arrivo senza lasciare spazio agli attori di muoversi liberamente per giungerci. Detto questo, sul fronte lavoro stiamo assistendo a cambiamenti ormai da diversi anni, cambiamenti che la crisi ha accelerato e non frenato. Entra in crisi l’idea di lavoro subordinato, si allarga lo spazio occupato dalle cosiddette “aree grigie”, le imprese hanno una idea diversa dei rapporti di lavoro, le persone danno più importanza a percorsi professionali piuttosto che al posto di lavoro in sé e danno più importanza a spazi di libertà ed autonomia. Tutto questo sta già accadendo, basta analizzare i comportamenti delle nuove generazioni.

Con l’introduzione delle macchine azionate da energia meccanica, partiva la prima rivoluzione industriale; rinnovando le fabbriche con le catene di montaggio e sviluppando la produzione di massa arrivava la seconda rivoluzione industriale a cui seguiva la terza, quella segnata dall’introduzione dell’elettronica e dell’information technology, automatizzando la produzione industriale che oggi – con la quarta rivoluzione industriale – giunge all’impiego di macchine intelligenti, interconnesse e collegate in rete con l’IoT.
L’impatto sulla vita delle persone è profondo: come non perdere la bussola e quali errori evitare?

Non considerare la tecnologia come un fine. Se la consideriamo come un fine in sé il risultato sarà che non potremo controllarla, non potremo utilizzarla per migliorare le nostre vite e per umanizzare il nostro lavoro. Per far questo occorre prima di tutto decidere e riflettere su dove vogliamo andare, una cosa che non va molto di moda oggi. Tra le più grandi difficoltà del nostro tempo infatti credo che ci sia l’incapacità di maturare una visione di lungo periodo, perché schiavi dei cambiamenti di breve periodo e del giudizio del pubblico, anche e soprattutto in politica, o degli azionisti, che guardano troppo spesso i trimestrali e non le prospettive di innovazione delle imprese. Se non progettiamo il futuro la tecnologia potrà diventare un problema, e finiremo per rallentarla per non creare enormi problematiche sociali. Se la utilizziamo come uno strumento, muovendoci parallelamente con programmi di formazione di qualità, costruiti sulle singole persone, piani di investimento a lungo termine (ma con i giusti gradi di flessibilità in un mondo che cambia alla svelta) penso che potrà essere una buona risorsa per tutti.

Perché non saremo tutti sostituiti da robot?

Perché non vogliamo che questo accada. Oggi siamo portati a credere che se una attività potrà essere svolta potenzialmente da un robot allora di sicuro lo sarà. Ma questo non è vero. Vogliamo davvero che sia un robot a servirci al ristorante? Che sia un robot a badare ai nostri cari anziani? Che sia un robot ad andare a prendere i nostri figli a scuola? Tutti i lavori che hanno una componente relazionale, comunicativa non credo saranno sostituiti da robot. Questo non perché magari non sarà possibile (oggi non lo è, perché quando esistono questi robot presentano ancora dei costi inaccessibili e non competitivi), ma perché molto probabilmente le persone non vorranno. E oltre a questo vi saranno ancora tutta una serie di lavori di medio-alto livello legati sia alla progettazione ma anche all’erogazione di servizi. Il robot potrà anche imparare da solo, ma davvero non riesco a pensare che vogliamo rinunciare alla creatività, alla progettualità, alla relazione per darla in mano ad una macchina. Ma posso sempre sbagliarmi.

Vediamo gli ultimi dati italiani: tra gennaio ed agosto del 2017 abbiamo avuto un aumento dei nuovi contratti di lavoro pari al 19,2 per cento. Sono evidenze positive che rappresentano un mercato dinamico e vivo? Prospettive per gli under 30?

Il mercato del lavoro italiano è in movimento, non c’è dubbio. Occorre capire però dove sta andando. Molti dei contratti che segnano l’aumento sono contratti a termine, contratti stagionali e contratti part time. Non sono dell’idea che tutto ciò che non è contratto a tempo indeterminato sia un male, anzi penso che occorrano forme contrattuali più adatte ai nostri tempi. Ma allo stesso tempo noi abbiamo oggi un sistema di politiche del lavoro che si fonda sulla realtà e sui principi del Novecento industriale e quindi focalizzato sulle politiche passive del lavoro e sull’utilizzo di ammortizzatori sociali come strumento per combattere le transizioni occupazionali. Oggi questi strumenti servono poco o comunque servono solo in alcuni casi, alla vivacità del mercato del lavoro devono accompagnarsi strumenti flessibili e anch’essi “vivaci”. Sugli under 30 vedremo gli effetti che avranno gli sgravi previsti dalla prossima Legge di Bilancio, sperando di non confidare solo in essi. La sfida per i giovani oggi è su competenze, formazione e nuove forme di organizzazione del lavoro.

Impatto della riforma Fornero sul mercato del lavoro italiano: quali lezioni possiamo trarre?

L’impatto più grande è stato quello della riforma delle pensioni, non della riforma del lavoro che pur ha aperto il passo agli interventi successivi del Jobs Act in materia di licenziamenti. Aumentando l’età pensionabile la riforma Fornero ha contribuito ad avvicinare il tasso di occupazione italiano degli over 50 a quello europeo, diminuendo il numero degli inattivi. Teniamo conto che in Italia una grande parte degli inattivi (che sono in tutto circa 14 milioni) è composta da persone che sono andate in pensione ad una età molto inferiore rispetto ai loro colleghi europei.

Le politiche economiche degli ultimi anni sembrano segnate, non dalla scelta di affrontare i problemi strutturali del paese – con riforme – ma da una ripetuta proposizione di bonus: gli effetti testimoniano un successo o si sono mancati gli obiettivi di crescita e occupazione, sprecando opportunità?

Fare riforme implica avere una visione del cambiamento e una prospettiva (sempre rischiosa in tempi complessi come i nostri) su dove vogliamo andare. Un bonus sfugge invece a questo onere, ha durata breve ed è facilmente monetizzabile in termini di consenso elettorale. Oggi abbiamo bisogno di riforme strutturali, che non significano soltanto o per forza una ennesima riscrittura delle norme sul lavoro, ma di costruire un nuovo mercato del lavoro coordinando meglio tutti gli attori dalla scuola alle imprese alle politiche del lavoro. I bonus degli ultimi anni sono serviti per sostenere il mercato del lavoro in un periodo di difficoltà ma i risultati che vediamo oggi (94 nuovi occupati dipendenti su 100 è a termine) ci mostrano che dobbiamo lavorare non solo sul costo del lavoro, che resta un problema importante, ma sulla costruzione di politiche del lavoro che accompagnino le persone nelle loro scelte che saranno sempre di più quelle di una transizione costante tra diverse fasi di vita. L’idea di bloccare la corrente della flessibilità del lavoro considerando tutto ciò che non è a tempo indeterminato come un problema non è funzionata e, al contempo, non ha consentito una vera riflessione sui cambiamenti nei comportamenti di imprese e lavoratori, che è quello di cui avremmo invece bisogno oggi.

Perché una Repubblica fondata sul sussidio (e non su lavoro e opportunità) è irrimediabilmente destinata al declino?

Perché il lavoro, a mio parere, non è solo reddito. Il lavoro è dignità della persona, è valorizzazione di sé, delle proprie competenze, delle proprie passioni e desideri. Il lavoro è la costruzione della società insieme ad altri, ed è quindi responsabilità, solidarietà, cittadinanza. Se pensiamo di sostituire tutto questo con un reddito che rende le persone passive facciamo un errore grave che pagheremo con un impoverimento complessivo della società. E oltretutto mi sembra una scorciatoia poco brillante. Se siamo in una fase in cui il lavoro cambia, e alcuni lavori finiscono, reputo molto più interessante sforzarsi per trovare nuove strade e nuove opportunità piuttosto che mettere pezze (costosissime).