Esiste davvero una Last Question? Oppure ogni risposta non è che l’inizio di una nuova domanda?
È da questa suggestione, che richiama il celebre racconto di Isaac Asimov, che ha preso forma The Last Question, il summit ideato da Guido Brera e ospitato il 2 e il 3 luglio nello straordinario Complesso Monumentale di Santo Spirito in Sassia, a Roma.
Oltre 1.200 persone – imprenditori, economisti, ricercatori, filosofi, investitori, studenti e innovatori – si sono ritrovate in un luogo che da secoli custodisce il significato della cura. Nato come ospedale per pellegrini e malati, Santo Spirito in Sassia ha accolto per due giorni una diversa forma di cura: quella del pensiero.
La scelta della sede non è stata soltanto scenografica. In un tempo in cui l’intelligenza artificiale promette di trasformare ogni ambito della nostra esistenza, forse la domanda più urgente non riguarda ciò che le macchine saranno capaci di fare, ma ciò che noi continueremo a essere.
Il futuro ha bisogno di molte voci
Il merito più grande del summit è stato quello di evitare la retorica dell’innovazione. Non un palcoscenico per celebrare la tecnologia, ma un luogo di confronto tra prospettive differenti.
Guido Brera ha invitato a leggere la complessità del presente attraverso le grandi trasformazioni economiche e geopolitiche. Raffaele Cordiglione ha richiamato il valore delle istituzioni e della responsabilità pubblica in una società attraversata da cambiamenti sempre più rapidi. Silvia Barzoni con Morning Finance, hanno restituito una lettura chiara e rigorosa dei nuovi equilibri economici, mentre le testimonianze di Paolo Ardoino, David Avino e di numerosi protagonisti della ricerca e dell’innovazione hanno mostrato come il dialogo tra tecnologia e impresa sia ormai una necessità, non un’opzione.
Il filo che ha unito tutti gli interventi è stato uno soltanto: nessuna disciplina, da sola, è più sufficiente per interpretare il nostro tempo.

L’intelligenza artificiale incontra la spiritualità
Tra i temi più affascinanti emersi durante il summit vi è stato quello della spiritualità.
Non una spiritualità confessionale, ma una ricerca di senso. Perché ogni rivoluzione tecnologica modifica gli strumenti che utilizziamo; questa, invece, ci costringe a ripensare l’idea stessa di intelligenza, di coscienza e di libertà.
È una riflessione che richiama il pensiero del filosofo e teologo Vito Mancuso, il quale ricorda spesso come la tecnica possa accrescere enormemente il nostro potere, senza però indicarci il bene verso cui orientarlo. La tecnologia risponde al “come”; la spiritualità, la filosofia e l’etica continuano a interrogarsi sul “perché”.
L’intelligenza artificiale potrà assisterci nelle decisioni, elaborare dati e generare conoscenza. Ma non potrà sostituire la coscienza, l’empatia, il dubbio, la responsabilità morale, la capacità di attribuire significato alle nostre scelte.
È forse questa la sfida più importante del nostro tempo: costruire un futuro in cui l’innovazione proceda insieme alla crescita della consapevolezza.
Non smettere mai di ricamare
C’è un’immagine che più di ogni altra sintetizza ciò che queste due giornate hanno lasciato.
Ricamare.
Per secoli il ricamo è stato un gesto paziente, spesso affidato alle donne, attraverso il quale si custodivano memoria, identità e, talvolta, persino forme silenziose di resistenza. Filo dopo filo si costruiva una storia.
Oggi quella metafora acquista un significato nuovo.
Ricamare significa non delegare il pensiero alla velocità degli algoritmi. Significa continuare a intrecciare competenze, sensibilità e visioni diverse. Significa difendere il tempo necessario per riflettere, dubitare e comprendere.
In un’epoca dominata dalla rapidità delle risposte, il vero atto rivoluzionario è continuare a coltivare la qualità delle domande.
La risposta alla Last Question
Alla fine del summit la sensazione condivisa era chiara: probabilmente non esisterà mai una Last Question.
L’essere umano continuerà a interrogarsi, perché è proprio nella ricerca che risiede la sua natura più autentica.
Abbiamo bisogno di luoghi come questo, dove la finanza dialoga con la filosofia, la tecnologia con le scienze umane, la ricerca con l’etica e l’innovazione con la spiritualità. Luoghi in cui si comprende che il progresso non si misura soltanto dalla potenza delle macchine, ma dalla qualità delle relazioni che siamo capaci di costruire.
La risposta alla domanda immaginata da Asimov non è un algoritmo perfetto né un’intelligenza artificiale onnisciente.
È la capacità, profondamente umana, di continuare a pensare insieme.
Di continuare, con pazienza e responsabilità, a ricamare il futuro.





































