Caro Napoleone,
Mi perdoni se non le do del Sire, ma in quest’epoca repubblicana e disincantata non siamo più abituati ai titoli nobiliari. Permetta dunque — anzi, permettimi — di darti direttamente del tu, immaginando di parlare da pari a pari con il Generale.
La Storia, sai bene, non è altro che il palcoscenico su cui l’ambizione umana ripete ossessivamente i propri errori, cambiando solo le maschere. Ma se tu potessi riaprire gli occhi in questo 2026, lasciando la quiete di Sant’Elena per osservare il nostro presente, rimarresti folgorato non dal fragore delle armi, ma da chi oggi ha in mano il destino delle nazioni.
Ti ricordi quando, con un cenno della mano, trasformavi il fango di Austerlitz in un’epopea di gloria? Tu, il maestro del dettaglio, che scrutavi la lana delle giubbe e la rigidità dei colletti perché sapevi — come bene nota lo storico David Chandler nel descrivere la tua ossessione per la logistica — che il prestigio dell’esercito è fatto di ordine, di identità e di quella disciplina che infonde coraggio, oggi resteresti incantato. Perché a decidere le sorti del mondo non sono più i vecchi marescialli dalle giacche cariche di decorazioni, ma ragazzi di trent’anni.
Sì, hai capito bene: trentenni.
Il loro capo è Mykhailo Fedorov, un trentacinquenne nato nel 1991 che ha trasformato il Ministero della Difesa ucraino in una fucina di innovazione. Attorno a lui, un manipolo di amici e collaboratori — start-upper, programmatori, menti agili — ha preso il comando, trasformando una sala riunioni in un covo dove si gioca a ping-pong per stemperare la tensione prima di lanciare un attacco. Hanno fatto scacco matto alla vecchia burocrazia, a quella lentezza elefantiaca che tu avresti preso a cannonate in meno di un’ora.
E si, devo farti una confessione: guardando questi ragazzi che oggi umiliano l’Impero Russo — proprio lo stesso che ti costrinse alla ritirata nel 1812 — non posso fare a meno di sorridere. Ti saresti divertito da morire a vedere come, con stormi di droni, stanno scrivendo una rivincita che sa di giustizia storica, quasi una vendetta tardiva per il disastro di Lipsia del 1813. Mentre i russi muovono ancora le loro colonne di ferro come ai tempi di Alessandro I, questi giovani, nati e cresciuti tra i pixel, hanno imparato a disintegrare quel gigante di cartapesta con la precisione di un software.
Ma permettimi una digressione che mi preme. Parlando di generali, oggi in Italia ne abbiamo uno in ascesa politica, un uomo che però non ha nulla del tuo genio. Non è un generale di strategia, è un populista da talk-show. Un uomo che guarda il mondo sempre dalla stessa, stantia prospettiva, schiavo di tattiche da bar che ignorano cosa sia una vera strategia. Come diceva Andrew Roberts, la tua grandezza risiedeva nella capacità di “pensare in grande e agire in fretta”. Questo “generale” di cartapesta sa solo far rumore, mentre una strategia — tu lo sapevi bene — deve essere il frutto di una visione a lungo termine.
Il problema, Generale, è che in Italia il populismo sembra avere stagioni di gloria infinite — i Cinque Stelle docet. Ma che lascito lasciano dietro di sé? Nulla. Sono come Attila: dove passano loro, non cresce più l’erba. Non costruiscono, distruggono. È una tattica di “terra bruciata” che non serve a vincere la guerra, ma solo a lasciare macerie. Mentre i ragazzi ucraini costruiscono ponti digitali e armi di precisione per difendere la propria terra, i nostri populisti si limitano a incendiare il terreno politico per pura visibilità. Speriamo solo che i giovani italiani non si lascino sedurre da queste sirene di cartapesta e guardino invece a chi, con intelligenza e umiltà, sta davvero cambiando la Storia.
La vera rivoluzione corre sui cavi in fibra ottica. Questi trentenni attorno a Fedorov sono la generazione dei videogiochi. Prima li chiamavamo “ragazzi che giocano”, quasi con sufficienza, ma oggi sono coloro che stanno facendo la guerra. E se ci pensi, i videogiochi moderni non sono balocchi: sono simulazioni tattiche di una serietà spietata, che educano al riflesso, alla gestione dello stress e alla visione d’insieme. Questi ragazzi hanno trasformato il loro “passatempo” in un’arma letale che ha fatto cadere le convinzioni delle più grandi potenze, Russia e America comprese. Hanno capito che, in un mondo digitale, un joystick vale più di cento cannoni di ferro.
Ti immagino lì, in quella stanza al Ministero a Kiev, con la tua inconfondibile mano infilata nella giacca, mentre ti chini su un monitor a studiare il raggio d’azione di un velivolo senza pilota. Saresti il primo a voler capire ogni singolo circuito, ogni algoritmo, perché tu, meglio di chiunque altro, sapevi che non c’è genio senza ossessione per il dettaglio. Avresti unito la tua saggezza di stratega alla loro curiosità digitale. Saresti orgoglioso di questa “rivolta dei trentenni” che sta demolendo le certezze dei giganti.
Non trovi che sia delizioso? La vecchia guardia che cade, vittima della propria cecità, sotto i colpi di chi ha imparato a “giocare” alla guerra meglio di chi l’ha studiata nei libri polverosi. Avresti amato questo caos, Napoleone. Avresti amato la loro capacità di cambiare tattica in un istante, perché le circostanze — e solo quelle — dettano la legge dell’azione.
Forse, in fondo, saresti stato anche un po’ geloso: perché questi ragazzi, con un joystick in mano e un’idea rivoluzionaria, stanno facendo esattamente ciò che hai fatto tu in gioventù: trasformare l’impossibile in realtà.
Con la più profonda deferenza,
Un osservatore del 2026






































