Il nulla politico dietro a Marchionne e Gardini

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In foto Sergio Marchionne

La morte di Sergio Marchionne è stata per l’opinione pubblica un fulmine a ciel sereno. Ed è giunta – hanno scritto i giornali – troppo presto e del tutto inaspettata finanche per lo stesso vertice di Fca, il colosso italo-americano dell’auto nato quasi dalle ceneri di una vecchia e ormai decotta Fiat e di una Chrysler non certo messa meglio, sulla sorte del quale in pochi inizialmente avrebbero scommesso. Vertice e azienda – ma quest’ultima in modo particolare – che al brillante manager devono nuova vita, forza e fortuna e che ora – a giudicare dalle ultime vicende di borsa del titolo azionario – analisti e investitori propendono a considerare alla stregua di una “nave senza nocchiere in gran tempesta”.
Dell’uomo in pullover si è detto e scritto di tutto, ma anche il contrario. “Uom, se’ tu grande, o vil? Muori, e il saprai”, scriveva il poeta piemontese Vittorio Alfieri, cantore di virtù eroiche non più di moda, ormai, ma che Marchionne incarnava in silenziosa e pesante solitudine. “Marchionne non ha cambiato l’Italia, ma ha messo a nudo il nostro nulla politico”, ha scritto linkiesta.com. Non è stato il solo. In ogni caso, sottoscrivo.
Peraltro, luglio è evidentemente un mese nefasto per i grandi capitani d’industria. Le cronache ricordano, per esempio, che un quarto di secolo fa – correva l’anno 1993 e la stagione passerà alla storia sotto il nome di Tangentopoli – in condizioni e per motivi assai diversi poneva fine alla sua esistenza terrena un altro genio dell’imprenditoria: Raul Gardini. Il Contadino – come, non senza un malcelato vezzo, amava farsi chiamare – col matrimonio aveva ereditato importanti attività economiche (Gruppo Ferruzzi) che in pochi anni trasformò in un vero e proprio impero, poi andato quasi tutto in fumo con la sua morte. Anche di lui si scrisse di tutto e di più. E alle parole di lodi si accompagnarono anche critiche feroci.
Giudizi di segno opposto – inutile stare a ripeterli – condizionati in ogni caso da ristretti angoli visuali, spesso dettati – come di questi tempi usa dire – dal rancore sociale quando non addirittura da anacronistici furori ideologici, non certo soppesati col metro dell’obbiettività. Ma che denunciano, tuttavia, in entrambi questi casi, una verità inconfutabile: la mancanza, da troppi anni, di una politica industriale e, dunque, l’assenza di una classe politica all’altezza del compito che si è dato. All’epoca di Tangentopoli la politica non seppe trovare una risposta legislativa alle mutate condizioni politico-economiche- istituzionali del sistema paese; oggi non ha saputo finora trovare, e stenta invero a trovare, soluzioni socio-politiche-istituzionali compatibili con i nuovi scenari geopolitici imposti dalla globalizzazione e dalle nuove correnti demografiche, non certo (o non solo) dalle sfide (o arroganza, secondo i punti di vista) di Sergio Marchionne.
Insomma, la sensazione diffusa è che, ancora oggi, se qualcosa si muove – magari anche nella giusta e opportuna direzione – essa avviene al di fuori di un disegno, una strategia complessiva, sospinta da bassi umori collettivi piuttosto che da una visione politica.
Qualche esempio. La Tav non si farà più. Lo stop può costare tra penali e risarcimenti fino a 2 miliardi di euro. I vertici grillini, spaventati dai sondaggi – scrive Dagospia.com – puntano a sacrificare l’Alta velocità per far digerire alla base pentastellata il sì al Tap (Trans-Adriatic Pipeline). Trump ha infatti chiesto al premier Giuseppe Conte di garantire il proseguimento del gasdotto e il premier italiano in questo senso lo ha rassicurato.
Continuano, intanto, anche le polemiche sul cosiddetto Decreto dignità, che – dice il governatore del Veneto Luca Zaia, dando voce al malumore leghista e dei piccoli imprenditori del nordest – “deve essere modificato, perché se viene approvato così com’è rischia di avere un impatto pesante. Molti industriali – aggiunge – dicono che se si chiarisse una volta per tutte cos’è la giusta causa per il licenziamento, i contratti a tempo determinato probabilmente non servirebbero più”.
È un’ipotesi di lavoro. In risposta, però, il ministro Luigi Di Maio annuncia 300 milioni l’anno per le assunzioni stabili e il taglio del 10% costo del lavoro: “Stiamo valutando il bonus e quantificando quanto sarà l’incentivo per chi assume a tempo indeterminato. Ci sono 300 milioni di euro l’anno”.
C’è, ancora, la rottamazione del cosiddetto “Air force Renzi”, preso in leasing al costo di 150 milioni di euro. “L’aereo era un favore fatto a Etihad per farla entrare in Alitalia e salvare la faccia. Il velivolo è rimasto quasi sempre a terra, tra un volo di Gentiloni e una missione a cuba di Scalfarotto”, dicono i grillini. “Uno spreco e un capriccio a cui rinunciamo volentieri”, precisa il premier Giuseppe Conte. “Bufale da disperati” risponde l’ex premier, per il quale l’aereo avrebbe dovuto servire per portare gli imprenditori all’estero. C’è da sorridere.
Intanto, impazza la guerra commerciale. Il presidente della Commissione europea Juncker, in missione alla Casa Bianca, è riuscito a strappare al presidente americano una riduzione dei dazi sull’auto in cambio di maggiori import di prodotti agricoli. Vi risparmio la reazione dei coltivatori diretti italiani, che hanno quantificato il possibile danno in 40,5 miliardi di euro.
E via di questo passo.
La verità, però, è un’altra. Almeno come ci viene indicata dai mercati. E cioè che, in stagione di trimestrali, mentre Wall Street galoppa e l’Europa va al piccolo trotto, l’Italia continua ad andare al passo. La velocità, infatti, con cui crescono gli utili delle aziende americane sfiora il 21%, quella degli europei è appena sopra l’8% e si riduce a un modesto 2,9% se si escludono gli energetici. E l’Italia è ben sotto la media Ue, tanto per dire.
E, tuttavia, il clima di fiducia di famiglie e imprese, in questo scenario, permane stabile. Insomma, l’attesa per il promesso cambiamento, nonostante tutto, resta alta. C’è da chiedersi: fino a quando? Ovviamente, se non si cambia davvero.

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