Odissea dell’Abbandono. L’arte come custodia del mondo

L’Occhio di Leone, ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

Il progetto site specific di Anna Rosati nella Chiesa di Santa Maria e San Valentino della Grada lascia un’eredità etica e generazionale 

“Non è stata una mostra sulla fine, ma sulla possibilità”. Così un visitatore ha definito Odissea dell’Abbandono, il progetto fotografico e installativo di Anna Rosati presentato nell’ambito di ARTCITY Bologna 2026 in occasione di Arte Fiera, a cura di Azzurra Immediato e allestito da ALL Photo Art nella Chiesa di Santa Maria e San Valentino della Grada, in collaborazione con Parrocchia SaMaC e Don Davide Baraldi. La mostra che si è conclusa lo scorso 8 febbraio ha lasciato una traccia andata oltre i giorni dell’esposizione. È rimasta la consapevolezza che guardare davvero significa assumersi una parte di responsabilità, ma anche la speranza che proprio dallo sguardo possa nascere un cambiamento. Le immagini della Rosati raccontano, per simbolica e onirica metafora, di plastica abbandonata, giochi infantili trascinati dalle maree, frammenti di consumo trasformati in presenze sospese tra bellezza e inquietudine. “Odissea dell’Abbandono racconta di un mondo devastato dalla plastica e dall’inquinamento, narra di un disastro ambientale (e morale) dell’uomo”, afferma l’artista, chiarendo però che il suo Ulisse contemporaneo non è un naufrago rassegnato, ma un viaggiatore che cerca una possibilità per il mondo. È in questa tensione che il progetto trova la sua forza: non certo una sterile denuncia, non un reportage, ma una vera trasformazione poetica. La plastica non è soltanto rifiuto, diventa simbolo; l’oggetto abbandonato si fa reliquia del presente. Come sottolinea la curatrice Azzurra Immediato, “il gesto fotografico di Anna Rosati diviene anche atto di salvaguardia”, capace di raccogliere ciò che è scarto e restituirlo come icona di un’etica necessaria.

Determinante, in mostra, è stato il dialogo tra fotografia e linguaggio cinematografico grazie al cortometraggio realizzato da Agnese Mattanò, elemento definibile non come un semplice montaggio di immagini, ma una narrazione per frammenti che amplifica la dimensione del viaggio: il tempo rallenta, il suono avvolge, l’orizzonte marino si dilata fino a diventare spazio mentale. Il cortometraggio ha introdotto un movimento che nelle fotografie è trattenuto, trasformando la contemplazione in attraversamento e rendendo ancora più evidente la condizione di sospensione dell’Ulisse contemporaneo. Fotografia e video non si sono però sovrapposti, ma sostenuti, costruendo un’esperienza immersiva in cui lo spettatore non è mai rimasto ‘fuori’ dalla scena, ma ne è divenuto parte integrante. 

All’interno della chiesa, le grandi stampe adagiate come drappi e immerse nella penombra dialogavano con l’architettura sacra senza forzature, creando un contrasto misurato tra spiritualità e consumo, tra ciò che dovrebbe essere custodito e ciò che viene scartato. “Ogni opera sembra chiedere: cosa sarà?”, si chiedeva e domandava, nel testo critico in catalogo la curatrice, Immediato, e quella domanda resta sospesa anche dopo la chiusura della mostra, come sottolinea la fotografa Anna Rosati. Riguarda le nuove generazioni, chiamate a crescere dentro un’emergenza climatica strutturale; riguarda il sistema culturale, che può scegliere se limitarsi alla rappresentazione o incidere nella formazione delle coscienze; riguarda il mondo produttivo, che oggi non può più considerare la sostenibilità un capitolo accessorio.

In questo senso, la ricerca dell’artista bolognese Anna Rosati intraprende ancora quel dialogo tra arte, fotografia e futuro divenendo ancor più concreto. La fotografia genera visione, l’arte organizza quella visione in pensiero critico, la visione concreta traduce il pensiero in processi, materiali, filiere, scelte progettuali. Se l’abbandono è il segno di un modello economico fondato sull’accelerazione e sull’usa-e-getta, la cultura può contribuire a ridefinire l’orizzonte: non come ornamento, ma come strumento di orientamento strategico. Odissea dell’Abbandono ha evidenziato e inscenato che sostenibilità significa prima di tutto responsabilità dello sguardo, capacità di prevedere l’impatto di ciò che si produce, volontà di non separare crescita e tutela. La mostra si è chiusa, ma la questione resta aperta: ogni oggetto progettato, ogni materiale scelto, ogni processo industriale lascia un segno. Decidere quale segno lasciare non è un dettaglio estetico. È una scelta culturale, economica e, inevitabilmente, morale e le nuove generazioni debbono, nel mare magnum di un mondo alla deriva, sperare e costruire il proprio futuro da nuove basi. 

Nelle foto: Anna Rosati, Odissea dell’Abbandono, ART City Bologna 2026, Chiesa di S.Maria e S.Valentino della Grada, courtesy l’artista