Oltre Caravaggio: senza interpretazione il pubblico non si emoziona

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Oltre Caravaggio. Un nuovo racconto della pittura a Napoli. Il Museo di Capodimonte si reinventa estraendo dalle opere della sua esposizione permanente una mostra che promette di incuriosire i visitatori del museo e trascinarli in ben tre racconti diversi.
Sic et simpliciter. Mai locuzione latina calzò più a pennello. Come mischiare le carte durante una partita di scala quaranta. Prendi tanti quadri, esposti con in una anziana forma permanente, secondo criteri cronologici e stilistici immutati nel tempo, e riproponili come se fossero una mostra temporanea. Sembra una sciocchezza, una ridistribuizione degli elementi in gioco. La Tate Modern, però, varia il percorso tra le sue opere d’arte ogni sei -nove mesi d’esposizione proponendo anche nuove opere senza cercare diverse definizioni. L’esposizione alla Tate continua a dirsi permanente perché realizzata con le opere che c’erano e rimarranno in esposizione per un periodo lunghissimo, a volte un decennio. Le opere potranno essere di proprietà del museo o chieste in prestito, ma nel museo, se pur dislocate in modi diversi, il visitatore troverà sempre lo stesso Monet o di un altro grande. Semplicemente perché trattasi, a tutti gli effetti di Museo. Una mostra temporanea in un museo, ha uno scopo preciso: serve a portare nuovo pubblico, e far tornare quello abituale.
Le mostre temporanee servono agli studiosi, per focalizzare la loro attenzione su un solo artista o un solo movimento. Servono al pubblico, per fermare l’attenzione sulla scoperta.
Allestire una mostra che abbia un percorso sensato, interessante e accattivante non è esattamente un giro sulla giostra. Il direttore del Museo di Capodimonte Bellenger ha affermato di aver compreso che il visitatore non desidera essere sommerso dai capolavori ma vuole ammirarli seguendo una storia. Pensa te. Ed è proprio per questo che egli ha deciso di ridistribuire le opere presenti nel Museo: per narrare al pubblico la storia della costruzione della scuola napoletana dai primi del 600 alla fine del’800 con l’Italia unita. Ha realizzato l’intero menu con tutti i prodotti della casa, senza attingere da altre fonti. Volendo esprimere con il dialetto l’ampio concetto figurato: sparagne e cumparisce, risparmia e fa bella figura, per i lettori extra meridione d’Italia. 24 sale, 200 opere. Una cuccagna per ogni visitatore che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe farsi guidare dalle opere e dalla curiosità che esse possono suscitare. Il desiderio degli organizzatori è di avere un pubblico che partecipi, non più passivo. Fantastico. Discorso valido però, per chi culturalmente strutturato, è in grado di capire e riconoscere le connessioni tra un artista e l’altro, il loro momento storico ed artistico. Una mostra per espertoni che certamente saranno attratti dalla nuova chiave di lettura di cotante opere d’arte. Il pubblico occasionale, quello dall’attenzione tutta da conquistare, ancora una volta si troverà confuso ed affidato a qualche sintetico cartellone che difficilmente riuscirà a trasmettergli emozione, pathos e simpatia. Queste emozioni potranno nascere in coloro che preparati in materia potranno concordare o meno co le scelte d’allestimento, scoprire nuovi aspetti nella pittura di questo o quell’artista. Gli altri no. Ed infatti il risultato è la solita passeggiata nel bello, chissà prima com’erano esposte, ma andiamo nel parco che c’è il sole. Un diverso risultato si sarebbe ottenuto con qualche richiamo sonoro al periodo storico, alle atmosfere, agli apporti esterni e agli scambi con gli altri centri, alla residenza in città degli artisti ‘forestieri’. Luci temporizzate che mettono in luce le opere accentuando il percorso temporale, con spot fissi su particolari da evidenziarsi e didascalie/racconto. L’idea del direttore è magnifica. Il problema, come spesso accade, è realizzare senza interpretare.