Oltre i partiti. Appello doc ai candidati milanesi

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Sabato scorso, al teatro Franco Parenti di Milano, Giuseppe Sala ha esordito così: «Di bandiere proprio non ce ne sono, i partiti restano alla porta». Sul teatro Dal Verme, invece, dove si è tenuta la convention di apertura della campagna elettorale di Stefano Parisi, il Corriere della Sera ha scritto: «Sventolano i vessilli […] i politici hanno i posti riservati in prima fila e arrivano big nazionali». Il 17 Marzo avevo letto con piacere questa dichiarazione di Sala: «In Expo ho lavorato con politici di diversa estrazione politica: sfido chiunque a dimostrare che mi sia mai fatto condizionare dalle loro appartenenze». Giorni prima, il competitor Parisi aveva detto: «Non avrei mai messo la scritta “family day” sul Pirellone». In quella circostanza Parisi era stato “sé stesso”, senza nascondere un’opinione nettamente diversa da quella di alcuni membri dei partiti che lo appoggiano. Affermazioni, quelle dei due candidati sindaco, che accolgo positivamente perché, tra pochi mesi, dovremo scegliere e votare per una persona fisica, non per un partito. E’ importante, dunque, che il prossimo sindaco di Milano non sia ostaggio dei partiti.

Se un partito politico non ha voti, prima o poi cessa di esistere. Tecnicamente muore. Obiettivo prioritario dei partiti politici, perciò, non è il bene comune, ma sono i voti. E’ una questione di vita o di morte. Ma lavorare con l’obiettivo di essere votati e lavorare con l’obiettivo di realizzare il bene comune non sono assolutamente la stessa cosa. Oltre ai partiti politici ci sono anche dei signori (tanti) che “fanno politica di mestiere“. Questi signori quando non vengono rieletti perdono il lavoro e quindi anche per loro la ricerca dei voti viene prima della ricerca del bene comune. Ci sono anche dei signori (non molti) che non fanno politica per mestiere. Cito Adriano Olivetti, ma, per tornare a Milano, fanno certamente parte di questa categoria i candidati sindaco Parisi, Passera e Sala. Quando lo scorso dicembre Sala avevo sciolto le riserve, twittai che anche Lega, FI e tutto il centrodestra avrebbero dovuto candidarlo. Per un semplice motivo: un sindaco candidato da tutti i maggiori partiti avrebbe potuto “essere sé stesso”, senza dipendere da questi. Naturalmente il concetto vale anche per Parisi (che all’inizio degli anni 90 era un promettente giovane leone socialista) o Passera. Insomma, le decisioni di un sindaco candidato dai maggiori partiti sarebbero figlie solo della sua cultura, del suo buonsenso, e della sua ricerca del bene comune. Ed è quello di cui abbiamo bisogno, perché cosi si realizzerebbe il sogno di vedere partiti culturalmente diversi tra loro che lavorano assieme per i cittadini invece di litigare continuamente per gestire il potere. L’aula di Palazzo Marino in questo modo ragionerebbe sui contenuti, senza l’assurda “lotta politica” che vediamo da anni in consiglio comunale. Ho visto abbastanza da vicino come funzionano i partiti politici. Sono “di parte” ma questo non è un problema: questa è cultura. Il problema è che per i partiti contano sopravvivenza e gestione del potere. Di conseguenza conta solo il “Dio-voto”. La logica è sempre quella di parlare male degliavversari per far vedere che sei più bravo e quindi “la prossima volta votate per noi e non per loro”. Se Parisi, Passera o Sala perdono queste o perderanno le prossime elezioni, nessun problema. Di mestiere non fanno “i politici”. Se non saranno eletti avranno subito altre cose da fare, probabilmente meno faticose e meglio retribuite. Ma se il PD, o FI, o la Lega non prendono voti, sono finiti: il partito chiude.

Qualche suggerimento in questa direzione, inoltre, vorrei darlo per il Consiglio comunale e la Giunta. I candidati che sono già stati consiglieri, nel presentarsi dovrebbero dire quale è stata la loro percentuale di presenza alle sedute di consiglio. Se sono stati sotto al 70% è davvero difficile capire perché si ricandidino. I candidati nuovi dovrebbero garantire che se saranno eletti non daranno subito le dimissioni, come è successo abbastanza spesso in passato: questa è una prassi davvero triste, perché in pratica si “gabbano” gli elettori con lo specchietto del nome famoso. Aggiungo che se ho stima per un candidato, a me non interessa se è nell’elenco dei candidati del partito XX oppure del partito YY. Lo stimo e lo voterò scrivendo il suo nome e cognome, ma non mi interessa minimamente qual è il partito che lo candida. Contano le persone, non i partiti.

Perquanto riguarda invece la Giunta, se il miglior sindaco del mondo dovesse lavorare con una squadra formata da persone mediocri o peggio che mediocri, le cose non funzionerebbero. Quindi, a mio giudizio, i canditati sindaco dovrebbero comunicare i nomi dei membri della loro squadra prima delle elezioni. I membri della Giunta li dovrebbe scegliere il candidato sindaco, non i partiti politici. Il lavoro lo fanno gli assessori: il sindaco ha le sue deleghe ma sopratutto deve fare un ferreo controllo di gestione, e in questo Parisi, Passera e Sala sono brav. Supponiamo che dopo aver ragionato, studiato e discusso decidiate di votare uno di questi tre candidati. Perché avete deciso che è bravo e vi fidate di lui. Ma se dopo in giunta vi ritrovate persone assolutamente impreparate o peggio, cosa succede? Succede che avete votato male e che il sindaco che avete scelto non funziona. Ecco perché a mio giudizio i candidati sindaco dovrebbero rendere pubblica prima del voto la composizione della loro Giunta. E quando si decide per chi votare si valuta il candidato sindaco e anche la composizione della Giunta. Se c’è gente incapace i motivi possono essere due: 1) il candidato non è capace di scegliere i collaboratori o di convincerli a lavorare con lui, e questo è grave, oppure 2) i membri della Giunta non li sceglie il sindaco ma li scelgono i partiti politici. E questo è ancora peggio, perché si rischia di avere assessori che non lavorano assieme al sindaco con l’obiettivo del bene comune, ma pensano ai voti per il loro partito