Oltre le elezioni, il Pnrr è l’Orientamento per l’Italia di domani. Con i giovani al centro

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Mancano meno di 40 giorni a domenica 25 settembre, a quei 30 secondi che vivremo all’interno di 3 pareti nei seggi di tutto lo Stivale. Le scelte (individuali) di oltre 46 milioni di italiani determineranno i 600 (per la prima volta!) rappresentanti (collettivi). Ma non solo: le “X” che apporremo sulle schede elettorali decideranno, infatti, l’Orientamento che il Paese avrà nei prossimi 5 anni (o anche meno, viste le recenti esperienze).
Qualunque sarà il nuovo Governo, nel breve termine sarà intanto importante che, da un lato, oltre all’elaborazione tempestiva della nuova Legge di Bilancio, i nuovi eletti e la nuova squadra di Ministri possano fornire tutto il possibile supporto per far sì che famiglie e imprese possano affrontare al meglio, tra inflazione, crisi energetica e altre variabili (tra cui quella ambientale), un autunno difficile. Dall’altro, invece, sarà fondamentale porre le basi per una crescita sostenibile del PIL in un quadro in cui le cui stime per il 2022 al +3,2% scenderanno in picchiata al +1,3% nel ’23 (dati Bollettino economico della Banca d’Italia, luglio 2022).
Per garantire questo avanzamento, il primo elemento fondamentale sarà assicurare la corretta prosecuzione dell’implementazione del progetto-Paese che risponde all’acronimo di “PNRR”. Le sue 6 Missioni aggregano, infatti, i tasselli di un mosaico progettuale, all’insegna di innovazione e sostenibilità, che sta plasmando e plasmerà (fino al 2026) l’Italia che lasceremo alla Next Generation. Obiettivo primo e ultimo, quale che sarà il nuovo Governo, dovrà essere proseguire la spinta riformista del Piano, sbloccandone e accelerandone gli investimenti, e “mettere al sicuro” il raggiungimento (entro il 31 dicembre 2022) dei prossimi 55 “milestones”, per l’ottenimento del terzo bonifico da 19 miliardi.
Perché? Per non tradire i maggiori fruitori degli effetti del PNRR, la “Prossima Generazione”, quella degli stage sottopagati, dei lavori in nero, dell’incapacità di uscire entro i 30 anni dalla casa di famiglia. Una generazione disincantata, disaffezionata, disillusa che, col passare degli anni, poi, si è ristretta sempre più: non a caso, l’Italia è la nazione UE con la più bassa percentuale di under 30 (28,3% contro valori superiori al 33% negli altri Paesi membri – dati Eurostat). Un bacino elettorale quindi esiguo, ma al contempo l’energia creatrice, il capitale umano di oggi e di domani, attori non protagonisti di tre dei “colli di bottiglia” che frenano lo sviluppo nel medio-lungo periodo (e su cui il PNRR già prova ad intervenire): il mismatch occupazionale, la condizione giovanile e l’inverno demografico.
In primis, a causa del disallineamento tra la domanda di lavoro da parte delle aziende e l’offerta di competenze da parte dei potenziali (spesso giovani) candidati, rimangono “scoperte”, creando voragini organizzative, di sviluppo e mancato progresso per il sistema-Paese, oltre il 40% delle vacancies (ma per le figure tecniche si sale al 56%, con picchi fino al 90% per farmacisti e specialisti in scienze della vita – dati Unioncamere, giugno 2022).
Su questo punto, sta procedendo a sirene spiegate la campagna di reclutamento, in varie Regioni, a supporto del “(pre)potente” investimento da 1,5 miliardi negli ITS (Istituti Tecnici Superiori, alias super-scuole professionalizzati post-maturità), implementato con lo stesso PNRR. Ma non basta: il problema è una criticità culturale che nasce molto prima, nelle scuole, dove le attività di Orientamento per aiutare ragazze e ragazzi nell’individuazione del proprio talento e interessi, sono ancora troppo deboli e si riverberano sul loro percorso. Lo conferma anche a pag. 178 proprio del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: “La percentuale di popolazione di età compresa tra i 25 e i 34 anni in possesso di un titolo di studio di livello terziario è pari al 28% rispetto al 44% di media nei paesi dell’OCSE. Questo divario è dovuto anche – sebbene non esclusivamente – alla carenza di offerta di formazione professionale avanzata e di servizi di orientamento e di transizione dalla scuola secondaria all’Università”. Monitorare e garantire l’applicazione della Riforma dell’Orientamento promossa dal PNRR dovrà rappresentare, quindi, una delle priorità del Ministero dell’Istruzione e dell’intero nuovo Governo.
Perché? Per provare a invertire la tendenza di 3 dati che pesano come un macigno sul futuro del Paese. Il primo è quello sull’abbandono universitario: nel 2020 oltre 543 mila giovani (il 13%), complice anche le difficoltà suscitate dalla pandemia, ha lasciato gli studi prima del tempo. Alcuni di loro sono andati a rimpinguare la seconda statistica d’interesse, che purtroppo non fa più notizia, quella sulle ragazze e ragazzi tra i 15-34 anni che non studia e non lavora (NEET), che sono 3 milioni, e quindi 1 su 4 in Italia (Report “NEET working” del Ministero per le Politiche giovanili, gennaio 2022). Una “ghosting generation”, come la ha definita il demografo della Università Cattolica di Milano Alessandro Rosina, che induce molti a tentare la fuga fuori dai confini, come han fatto più di 100mila tra il 2011-2019 (con un’emorragia di capitale umano equivalente a 29,3 miliardi – Fondazione Nord Est, giugno 2022). Senza contare i 3 ragazzi su 10 ancor oggi intenzionati a lasciare l’Italia per trovare migliori condizioni di lavoro e di vita (Rapporto sul Divario Generazionale di Fondazione Bruno Visentini-Luiss, marzo 2022).
L’impossibilità (e l’incapacità) di trovare un percorso professionale stabile ed una realizzazione personale scoraggiano, ormai da più di qualche anno, i giovani a riprodursi: solo per intendere, nel 2030 mancheranno all’appello, rispetto a oggi, circa 1,98 milioni da residenti in età attiva (tra i 15 e a 64 anni), oltre a 150mila giovani tra i 15 e i 29 anni (Previsioni demografiche sperimentali di Istat). Un danno quasi irreparabile in un Paese in cui l’età media del 2022 è ormai una delle più elevate del mondo a quota 46,2 anni (Indicatori demografici Istat).
Come ha scritto proprio Rosina sul Sole 24 ore lo scorso 3 agosto, “rendere i giovani un costo sociale è il danno peggiore per una economia, soprattutto quando sono una risorsa scarsa. Al contrario, investire su di loro e metterli nella condizione di dare il meglio di sé produce il rendimento più solido e duraturo, con ricadute positive non solo sul versante economico, ma anche in termini di clima sociale e di aspettative positive verso il futuro”.
Qualunque sarà il nuovo Governo, si trova già a un bivio: ignorare – oppure non considerare rilevante, come sembra, purtroppo, dai programmi finora presentati dai partiti – la condizione dei giovani italiani e il divario generazionale, mettendo un’ipoteca sul futuro del Paese; oppure, considerare la questione come strutturale ergendolo a priorità al centro della propria agenda. È il momento giusto per dare un segnale.