Oltre l’eccellenza solitaria: perché in un’epoca di cambiamento dobbiamo imparare a fare sistema

Questa riflessione mi è nata parlando con una ragazza keniota. In poche battute, con uno sguardo lucido e tagliente, mi ha fatto notare quanto noi italiani ed europei rischiamo di sembrare, per molti aspetti, “antichi”.

Eppure io amo i classici: non sarei quella che sono senza il mio Omero, senza Adriano, senza la lezione di Marco Aurelio o la genialità inquieta di Leonardo da Vinci. Ma la cultura classica, quella vera, non è polvere da museo o un alibi per sentirsi arrivati; è visione, è ricerca, è il coraggio di misurarsi con l’infinito. Il problema, oggi, non sono le nostre radici, ma la nostra mentalità. Siamo diventati spaventosamente autoreferenziali.

Mentre noi continuiamo a guardare al Mediterraneo come al centro del mondo — dimenticando che, su scala globale, è poco più di un lago — là fuori, a cominciare da un’Africa viva e in fermento, c’è una nuova generazione colta, affamata di fare, incredibilmente più tecnologica e veloce di noi.

Basta osservare la realtà per capirlo: si pianifica una strategia a tavolino, e un blocco geoeconomico o una crisi tecnologica a migliaia di chilometri la polverizza in poche ore. Geopolitica, geoeconomia e innovazione galoppano, si mescolano e si divorano a vicenda. Il copione non è mai quello che avevi pensato.

Eppure, continuiamo a ripeterci che siamo di fronte a un “cambiamento epocale”, come se si trattasse di una tempesta passeggera dopo la quale tutto tornerà come prima. È un errore di prospettiva che ci paralizza. La verità, molto più complessa e urgente, è che noi non stiamo vivendo un cambiamento epocale: viviamo un’epoca di cambiamento.

Il mito tossico dell’eccellenza solitaria

Il nostro Paese è malato di un vizio antico: l’adorazione delle eccellenze isolate. Siamo pieni di intelligenze straordinarie, di creatività diffusa, di singoli talenti che brillano nel buio. Abbiamo la retorica consolatoria secondo cui “tanto l’imprenditore italiano ce la fa sempre, perché siamo creativi” o “il singolo genio troverà la via”.

Questo modello, oggi, è non solo superato, ma pericoloso. Continuare a contare sui singoli, sulla genialità estemporanea o sulla resilienza eroica significa condannarsi all’irrilevanza. Da soli, in un mondo interconnesso e spietato, non si va da nessuna parte. Non servono i fuochi d’artificio dei singoli; serve mettere a sistema le eccellenze.

Come coach, lavorando sui processi di trasformazione personale e sistemica, vedo quanto questo passaggio sia cruciale. Fare sistema significa abbandonare la logica del cortile e della competizione interna per adottare una prospettiva corale. Significa comprendere che le grandi sfide globali non si affrontano con l’iniziativa isolata, ma con una visione strategica collettiva, dove ogni tessera del mosaico lavora per lo stesso obiettivo.

Il coraggio di fare squadra: spogliarsi dell’io per vestire il noi

Ma perché fatichiamo così tanto a fare sistema? Perché fare sistema richiede un atto di maturità spirituale e politica spaventoso: la capacità di spogliarsi della propria identità per mettersi insieme all’altro.

Qui sta il paradosso più affascinante del nostro tempo. Non ci si può unire se si è vuoti, se si ha paura di perdere il proprio minuscolo pezzo di potere o di visibilità. Per potersi fondere in un progetto corale, l’identità bisogna averla avuta forte. Bisogna essere talmente strutturati e consapevoli del proprio valore da poter rinunciare all’egoismo dell’autoreferenzialità per servire un disegno più grande.

Chi trattiene tutto per sé, chi ha paura di condividere lo spazio o il merito, lo fa per debolezza strutturale. I veri leader, le vere intelligenze profonde, sono invece quelli che oggi hanno il coraggio di fare un passo di lato per far avanzare l’insieme.

La rotta da seguire (e una chiamata all’azione)

È ora di smetterla di fare lustro a chi non ha visione. È il momento di riprendere quel patrimonio di competenza, di passione politica e di sguardo sul mondo — aprendo gli occhi sulle trasformazioni globali e sulle energie dirompenti che arrivano da geografie come l’Africa — e metterlo a sistema.