Output Gap, il parametro che divide Padoan e Ue

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   E’ l’output gap, il parametro utilizzato dall’Ue per le decisioni sul livello di flessibilità da concordare ai singoli Stati e per le eventuali manovre correttive da attuare, l’ultimo elemento di confronto fra il ministro del Tesoro, Pier Carlo Padoan, e Bruxelles.

    Il metodo per calcolarlo è decisamente complicato, sviluppato dalla Commissione Ue e concordato da un gruppo di lavoro ‘Output gap’ appositamente costituito in seno al Consiglio Europeo: i documenti di lavoro della Camera dei Deputati lo definiscono come “l’indicatore che esprime la situazione dei conti pubblici coerente con il prodotto potenziale dell’economia, al netto della componente ciclica e delle misure di bilancio una tantum”.

    Fra queste, ad esempio, i condoni fiscali o la vendita di concessioni e immobili pubblici. In altre parole, indica la differenza fra quanto l’economia potrebbe crescere a livello potenziale e quanto invece cresce realmente (‘output gap’, appunto), senza tenere conto della crisi economica e di eventuali entrate o uscite eccezionali.

    Da tempo Italia ed Ue sono divise proprio su questo fronte: già nell’ottobre del 2014 il Governo aveva inviato un documento a Bruxelles in cui sottolineava che le stime del Pil potenziale italiano prodotte dall’Ue sono eccessivamente negative (da +1,4% pre-crisi a -0,2% post-crisi) e non evidenzierebbero a pieno lo scarto fra Pil reale e potenziale prodotto dalla crisi. Non solo, scriveva il Governo nel testo, con una stima del Pil potenziale più realistica, ad esempio pari al +0,4% post-crisi, il saldo di bilancio strutturale sarebbe in regola con i parametri Ue già dal 2012.
    Nella nota di aggiornamento al Def del 2015, poi, sono inseriti i valori dell’output gap calcolato dal Governo secondo la metodologia italiana e quelli calcolati dall’Ocse, per evidenziare che l’Ocse indica valori molto più bassi (ad esempio nel 2014 -4,8% per il Governo contro il -6,1% dell’Ocse, nel 2015 -4% contro -5,6%). Se si fosse adottato il metodo di calcolo dell’Ocse l’Italia avrebbe già un saldo di bilancio strutturale positivo da anni, al contrario di quanto avviene con i calcoli europei. E non servirebbero quindi, come ribadito dal Tesoro in una nota del marzo 2015, manovre “di aggiustamento” o restrittive”, ma si potrebbe intuire “che la crisi è determinata da fattori ciclici, come una caduta della domanda, e quindi richiedere manovre anticicliche, espansive, a sostegno della domanda”.

    Ma l’Ue ha già risposto alle riflessioni italiane: sempre a fine 2014 da Bruxelles è stato chiarito che “la metodologia per calcolare l’output gap è stata concordata da tutti gli Stati membri”. C’è “un gruppo di lavoro che continua a valutare questa metodologia”, si spiegava, ma dopo un anno e mezzo ancora non c’è nessun cambiamento all’orizzonte. 
   

   E’ l’output gap, il parametro utilizzato dall’Ue per le decisioni sul livello di flessibilità da concordare ai singoli Stati e per le eventuali manovre correttive da attuare, l’ultimo elemento di confronto fra il ministro del Tesoro, Pier Carlo Padoan, e Bruxelles.

    Il metodo per calcolarlo è decisamente complicato, sviluppato dalla Commissione Ue e concordato da un gruppo di lavoro ‘Output gap’ appositamente costituito in seno al Consiglio Europeo: i documenti di lavoro della Camera dei Deputati lo definiscono come “l’indicatore che esprime la situazione dei conti pubblici coerente con il prodotto potenziale dell’economia, al netto della componente ciclica e delle misure di bilancio una tantum”.

    Fra queste, ad esempio, i condoni fiscali o la vendita di concessioni e immobili pubblici. In altre parole, indica la differenza fra quanto l’economia potrebbe crescere a livello potenziale e quanto invece cresce realmente (‘output gap’, appunto), senza tenere conto della crisi economica e di eventuali entrate o uscite eccezionali.

    Da tempo Italia ed Ue sono divise proprio su questo fronte: già nell’ottobre del 2014 il Governo aveva inviato un documento a Bruxelles in cui sottolineava che le stime del Pil potenziale italiano prodotte dall’Ue sono eccessivamente negative (da +1,4% pre-crisi a -0,2% post-crisi) e non evidenzierebbero a pieno lo scarto fra Pil reale e potenziale prodotto dalla crisi. Non solo, scriveva il Governo nel testo, con una stima del Pil potenziale più realistica, ad esempio pari al +0,4% post-crisi, il saldo di bilancio strutturale sarebbe in regola con i parametri Ue già dal 2012.
    Nella nota di aggiornamento al Def del 2015, poi, sono inseriti i valori dell’output gap calcolato dal Governo secondo la metodologia italiana e quelli calcolati dall’Ocse, per evidenziare che l’Ocse indica valori molto più bassi (ad esempio nel 2014 -4,8% per il Governo contro il -6,1% dell’Ocse, nel 2015 -4% contro -5,6%). Se si fosse adottato il metodo di calcolo dell’Ocse l’Italia avrebbe già un saldo di bilancio strutturale positivo da anni, al contrario di quanto avviene con i calcoli europei. E non servirebbero quindi, come ribadito dal Tesoro in una nota del marzo 2015, manovre “di aggiustamento” o restrittive”, ma si potrebbe intuire “che la crisi è determinata da fattori ciclici, come una caduta della domanda, e quindi richiedere manovre anticicliche, espansive, a sostegno della domanda”.

    Ma l’Ue ha già risposto alle riflessioni italiane: sempre a fine 2014 da Bruxelles è stato chiarito che “la metodologia per calcolare l’output gap è stata concordata da tutti gli Stati membri”. C’è “un gruppo di lavoro che continua a valutare questa metodologia”, si spiegava, ma dopo un anno e mezzo ancora non c’è nessun cambiamento all’orizzonte.