Padre violento davanti ai figli, perde la genitorialità 

Foto di Tumisu da Pixabay

Botte e violenza nell’ambiente dove sentirsi amati e coccolati, così un amore diventa violenza, una donna e madre definita dai giudici “vittima psicologica, fisica ed economica del marito” e due figli che inermi assistevano alle violenze del padre sulla madre. La storia giunge dall’agro nocerino sarnese e si conclude con una sentenza che viene definita “innovativa” emessa dal Tribunale per i Minorenni di Napoli. La donna dopo la denuncia si trasferisce a Napoli, e nel Tribunale partenopeo si dibatte la vita familiare e i comportamenti malsani che portano i giudici a riconoscere ai due figli lo status di vittime di violenza assistita, emettendo un decreto che diversamente dal solito, sancisce la decadenza della responsabilità genitoriale del padre perché – dalle motivazioni della sentenza- “la storia della coppia è palesemente pregiudizievole per i minori”. Per i giudici, i figli devono essere affidati alla madre che risulta “al di là di un evidente recupero delle proprie fragilità emotive, immune da censure.” Una sentenza che riconosce il diritto ad un’infanzia sana e delinea le responsabilità dei genitori, condannando la violenza nelle sue molteplici forme, aprendo la strada a provvedimenti che non solo tutelano ma proteggono nel tempo. La violenza sulle donne è un fenomeno allarmante, una guerra degli uomini contro le donne, ma in un elevato numero di casi i minori sono testimoni di violenza domestica o intrafamiliare ai danni delle donne. Nel 2023 più di 5000 minori conviventi sono stati coinvolti direttamente o indirettamente in episodi di violenza sulle donne e censiti negli interventi effettuati dalle Forze di Polizia specificamente per “presunte violenze domestiche/di genere”. Nelle richieste di intervento giunte alle Forze di Polizia, oltre 2.100 sono per episodi di presunta violenza subiti direttamente dai minori. E’ quanto emerge dall’elaborazione inedita svolta nell’ambito di una collaborazione sperimentale con il Servizio Analisi Criminale, ufficio interforze del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, sui dati inseriti nell’applicazione “Scudo” relativi alle richiesta di aiuto e intervento ricevute dalle Forze di Polizia. Ma questo tipo di violenza ha un nome specifico: violenza assistita, normata dall’art. 572 del codice penale, e le recenti leggi in materia di tutela e di contrasto alla violenza di genere, tutelano i minori come parte offesa, riconoscendo per molti delitti la circostanza dell’aggravante quando il fatto sia stato commesso in presenza o in danno di un minore o in danno di una donna in gravidanza. L’Organizzazione Mondiale della Sanità inquadra la violenza assistita tra le forme più gravi di maltrattamento. Si intende una tipologia di violenza indiretta, nella quale la vittima è, suo malgrado, spettatrice di isolati o ripetuti maltrattamenti perpetrati nei confronti di una persona cara. Ha luogo prevalentemente nell’ambiente familiare e domestico. Si parla di violenza assistita quando i bambini sono spettatori di qualsiasi forma di maltrattamento espresso attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative sia adulte che minori. Ma per un bambino che assiste ad un atto di violenza contro una persona cara e nell’ambiente di vita è proprio come subirlo direttamente. Questa violenza silenziosa non lascia segni fisici sui bambini, ma ha conseguenze devastanti: dai ritardi nello sviluppo fisico e cognitivo alla perdita di autostima, da ansia, sensi di colpa e depressione all’incapacità di socializzare con i propri coetanei. Secondo le ricerche, nel lungo periodo, l’esposizione ripetuta alla violenza in famiglia può comportare, in alcuni bambini, l’insorgere di disturbi del linguaggio, di disturbi evolutivi dell’autocontrollo, come il deficit di attenzione e l’iperattività, e accentuare lo sviluppo di disturbi come lo stress post traumatico o come il disturbo oppositivo provocatorio. Nel bambino che assiste alla violenza possono insorgere o acuirsi la paura costante, il senso di colpa nel sentirsi in qualche modo privilegiato di non essere la vittima diretta dei maltrattamenti, la tristezza e la rabbia dovute, anche, al senso di impotenza e all’incapacità di reagire alla violenza. Nei bambini più piccoli, la violenza subita può dare un forte senso di angoscia, che nasce dall’incapacità di comprendere le dinamiche di quanto sta accadendo, e dalla delusione verso il genitore che dovrebbe proteggere la famiglia. Queste emozioni negative che possono influire sul comportamento del bambino e fare emergere disturbi comportamentali come una maggiore impulsività, l’alienazione, la difficoltà di concentrazione e l’ansia generalizzata. Questa instabilità emozionale può sfociare in reazioni sproporzionate fuori contesto, esternalizzate con attacchi di panico, una forte irritabilità e pianti o fobie non giustificate. Sul lungo periodo, possono insorgere ansia, forme più o meno gravi di depressione e, in alcuni casi, tendenze suicide, disturbi del sonno e disordini dell’alimentazione. Inoltre, aumenta il rischio di comportamenti violenti del bambino nei confronti del mondo esterno, ma anche del genitore che ha subito la violenza. Il bambino che assiste sarà l’adulto di domani e la sua personalità ed il suo carattere saranno il frutto dell’esposizione della violenza assistita, che potrà portare un adulto violento e a dinamiche familiari che nella stragrande maggioranza si ripeteranno come un effetto domino. Una violenza “invisibile” che genera comportamenti che seppur disfunzionali vengono normalizzati, rigenerando continua violenza.