Pagamenti alle imprese, Italia rischia maxi multa da UE. I casi di Comune e Asl Napoli

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Anche nel 2019 i ritardi nei pagamenti dello Stato e delle sue articolazioni a livello locale sono stati molto diffusi. Se la Direttiva 2011/7/UE impone, nelle transazioni commerciali tra Pa e imprese private, termini di pagamento non superiori a 30 o 60 giorni (in quest’ultimo caso solo per il settore sanitario), l’anno scorso, ad esempio, il Comune di Napoli ha liquidato i propri fornitori con 395 giorni medi di ritardo; l’Asl Napoli 1 Centro con 169; il Comune di Reggio Calabria con 146, la Regione Basilicata con 83, l’Asl Roma 1 con 72 e il Comune di Roma Capitale con 63. Situazioni, queste ultime, che saranno estremamente difficili da azzerare in tempi ragionevolmente brevi. Una condizione, come segnalavamo più sopra, indispensabile affinché Bruxelles ci risparmi una maximulta. Senza contare che nel settore della sanità e in quello delle costruzioni i ritardi, rispetto ai tempi massimi di attesa previsti dalla legge, vengono superati, secondo le rilevazioni effettuate dalle associazioni imprenditoriali di questi settori, rispettivamente di 39 e di 73 giorni di media. Ritardi che, purtroppo, difficilmente potranno essere riportati celermente al di sotto dei limiti previsti dalla normativa. “La nostra Pa – dichiara il segretario della Cgia Renato Mason – in particolar modo nel Mezzogiorno continua a pagare con ritardi del tutto ingiustificati. Questa situazione, associandosi al perdurare della contrazione degli impieghi bancari nei confronti delle aziende, ha peggiorato la tenuta finanziaria di moltissime piccole realtà produttive che tradizionalmente sono sottocapitalizzate e a corto di liquidità”. La cosa più assurda di tutta questa vicenda è che nessuno è in grado di affermare a quanto ammonta esattamente il debito commerciale della nostra Pa, nonostante le imprese che lavorano per quest’ultima abbiano da parecchi anni l’obbligo di emettere la fattura elettronica. Come funzionano i pagamenti in queste transazioni commerciali? Una volta emessa, la fattura elettronica transita in una piattaforma controllata dal ministero dell’Economia e delle Finanze (Siope +) che la smista all’ente o alla struttura pubblica a cui è indirizzata che, a sua volta, verifica se il pagamento è certo, liquido ed esigibile. Una volta che il destinatario della fattura dà il suo consenso, il pagamento dovrebbe transitare per la piattaforma, permettendo al dicastero dell’economia di monitorare istantaneamente i tempi di pagamento e l’ammontare delle uscite. Sebbene questa prassi sia partita gradualmente dal luglio del 2017, lo Stato non conosce ancora adesso a quanto ammonta complessivamente il debito contratto da tutte le amministrazioni pubbliche con i propri fornitori, per il semplice fatto che una buona parte dei committenti pubblici, in particolar modo gli enti periferici, effettuano i pagamenti senza transitare per la piattaforma e con scadenze ben oltre quelle stabilite dalla legge.