Parigi vota per salvare l’ UE Soros dietro ong e immigrati

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Domenica i francesi voteranno per eleggere l’ottavo presidente della Quinta Repubblica. Si contendono la poltrona, come si sa, Emmanuelle Macron (En Marche) e Marine Le Pen (Front National), con il primo accreditato dai sondaggi (62% contro 38%) ampiamente in vantaggio sulla seconda. La stampa progressista di tutto il mondo sottolinea, ovviamente, con enfasi il gap tra i due candidati, non ricordando a sufficienza, forse, che si tratta pur sempre di sondaggi. Facili ad essere smentiti, come la lezione Brexit del Regno Unito – non è passato un anno – insegna. Insomma, la prudenza non è mai troppa. E c’è che sempre più spesso, ormai, gli intervistati dicono una cosa, ma ne fanno un’altra. Magari non sarà questo il caso. 

E però un fatto è certo: in queste elezioni per la prima volta sono in competizione nessun rappresentante dei due storici partiti d’Oltralpe, il Socialista e il Repubblicano. E già questa, volendo, è un’anomalia. In più c’è il fatto che, con la crisi economica che obbliga la grandeur dei francesi a fare i conti con le stesse basse problematiche dei cugini italiani, la tesi di fondo della campagna elettorale più che l’interno, come dovrebbe essere, riguarda altro. Si pensa a Bruxelles, per esempio, invece che a Parigi (o a Roma). In particolare, si attribuisce all’euro – che pure ne ha – più responsabilità di quanto ne meriti.
Ad ogni modo, nelle urne – sembra – la differenza sarà fatta dalla quota di elettori della sinistra radicale di Jean-Luc Melenchon che deciderà di appoggiare Macron oppure di restarsene alla finestra, se non peggio. E, probabilmente, è in questo aspetto che risiede il motivo dell’inasprimento da trivio dei toni dei contendenti registrato nell’ultimo scorcio di campagna elettorale.
Insomma, per capirne di più o, quanto meno, provare a guardare le cose da un altro angolo visuale, non è male buttare di tanto in tanto l’occhio sulle vicende internazionali. Meglio se finanziarie. Le quali, come spesso ripeto, sono meno avare di spiegazioni delle cronache politiche. A proposito di elezioni francesi, per esempio, occhio al cambio euro-dollaro e a tutte le coppie valutarie che scambiano con la moneta unica, domenica notte: fortissima volatilità in arrivo, annunciano i bollettini finanziari. Se vince Macron, infatti, la speculazione farà apprezzare la divisa europea e, paradossalmente, l’Ue si salverà, ma la traballante economia francese (e non solo) ne risentirà. Almeno nell’immediato. Viceversa se vince la Le Pen. E non è detto che l’economia ne beneficerà.
Occhio anche al calo del petrolio, che in settimana ha toccato i minimi dallo scorso novembre. Il crollo del prezzo del barile indica che l’espansione della produzione americana di shale oil sta di fatto vanificando la decisione del cartello Opec di tagliare, appunto, la produzione per sostenere le quotazioni del barile. Con il disappunto anche della Russia, che dall’oro nero trae, con gli arabi, la principale fonte di incasso statale.
Insomma, l’America ha ripreso a correre e la svolta imposta da Trump sta consolidando, come dimostrano l’abolizione della cosiddetta Obamacare, che il presidente è riuscito infine ad ottenere al Senato; e la Fed che ha rinviato a giugno il secondo previsto aumento dei tassi; e l’aumento delle “buste paghe non agricole” cresciute più del previsto (211 mila rispetto a 185 mila).
Da tenere d’occhio anche i singoli finanzieri. Specialmente se si chiamano George Soros. Tra le attività dell’ungherese naturalizzato americano, infatti, rientrano anche cospicui finanziamenti alle Ong impegnate nel Mediterraneo. Anzi, secondo un’inchiesta, Soros aiuterebbe gli immigrati ad arrivare in Italia. Perché lo fa? È solo filantropia o c’è dell’altro? A suo carico c‘è già un precedente e clamoroso attacco alla lira, come i più anziani ricordano. Non solo, durante gli anni ’80 e ’90, il finanziere usò la sua straordinaria ricchezza per sovvenzionare le rivoluzioni in decine di nazioni europee (Cecoslovacchia, Croazia, Jugoslavia) rifacendosi, poi, puntualmente delle spese investendo sugli asset di questi Paesi. Per le sue imprese Soros utilizzava l’analista Jeffrey Sachs per consigliare ai nuovi governi di privatizzare immediatamente tutti i beni pubblici, consentendogli così di rivendere gli asset acquisiti nelle turbolenze dei mercati durante le crisi.
E sarebbe stato utile, infine, tenere d’occhio anche la crisi del Venezuela, dal momento che ha creato non pochi problemi (tra gli altri) anche all’Alitalia. La crisi del bolivar, infatti, non permette più alla valuta locale di convertirsi in euro, dollaro o altra valuta forte. Non solo, chi prendeva un volo dal Venezuela non pagava direttamente all’Alitalia, ma a un fondo governativo che si occupava poi di distribuire quel denaro alle compagnie aeree. E, purtroppo per Alitalia, quel fondo è stato sequestrato dal Governo, sicché almeno 50 milioni sono probabilmente da considerare perduti.