Pasquale Palmieri: tre domande sulla Fotografia

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L’Occhio di Leone, ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Azzurra Immediato

L’Occhio di Leone incontra l’architetto e fotografo ed artista visuale Pasquale Palmieri, a cui pone tre domande inerenti alla fotografia e non soltanto. Palmieri, ben noto a molti per aver legato il suo nome all’opera cine fotografica di un altro artista campano, Mimmo Paladino, è latore di un linguaggio precipuo, lirico e trasognato che fa del reale una dimensione surreale, abitata da trame narrative composite, in cui archetipi e topoi si incontrano al fine di delineare verità che, seppur legate alla primigenia umana, non possono affidarsi all’imperituro. “Chi fotografa è incapace di trattenere il vissuto. È atterrito dai momenti di gioia, dai volti delle persone amate che evaporano. Si dispera di fronte al vuoto che lascia il tempo che passa. È consapevole che i suoi ricordi si raffreddano, si arrugginiscono, poi si deformano e si allontanano. Si illude di poter catturare il fremito della vita in un foglio di carta sensibile. E già la parola ‘sensibile’ lo rassicura, come se la stessa carta non fosse pur materia ma essenza generosa e amica.” Affermava nell’estate 2019 in occasione del Festival Vinarte ove è stato tra i protagonisti della Sezione Fotografia. E se Palmieri, nel ruolo di fotografo immagina di ‘non trattenere’ il vissuto, Egli è in grado di dar vita ad un rebus che, attraverso la fotografia, la sua traccia, lo rende “artista dell’attesa”.

1. Che cos’è la fotografia?
È la consapevolezza della morte delle cose, della loro ineludibile trasformazione. È percezione dell’assenza. È ascoltare la voce di cose o persone che non parlano, è il bisogno di trasformarle in visioni. È la ricerca di una verità, del senso di ciò che sembra vita, ma è solo luce che bagna le superfici, sospese in uno stato di apnea.

2. Cosa prospetta il panorama artistico fotografico, oggi, secondo te?
Giudicare criticamente il presente é impossibile: ci siamo immersi dentro, manca la distanza storica necessaria a comprendere globalmente il fenomeno. Posso dirti cosa mi piace e cosa no.
A partire dagli anni ’80 la Fotografia è stata interessata da un processo di intellettualizzazione e poi, a partire dagli anni 2000, ne è esplosa la pratica, anche col favore della tecnologia digitale. Non penso però che la congiunzione di queste due cose abbia fatto crescere la Fotografia proporzionalmente alla sua diffusione.
La democratizzazione digitale ha diluito molto la mistica della fotografia delle origini, che era un sapere con caratteristiche vagamente iniziatiche: la liberazione dalla meccanica e dai processi chimici ha aperto le porte di questo mondo a molte energie nuove, che avevano bisogno di strumenti semplici e veloci, adatti ad una fotografia più intuitiva che riflessiva. Ma ha anche allargato le braccia a chi era spinto solo dalla necessità di sorprendere, stupire, dimostrare e citare, senza rinunciare a discutibili forzature, non solo formali ma anche di natura etica.
Mi capita di scoprire continuamente molta fotografia consapevole e interessante, certamente più di quanta ce ne sia stata in passato, ma diventa molto difficile riconoscerla, sommersa come è in un oceano di immagini assai modeste. E trovo che un grande contributo alla Fotografia provenga anche da culture storicamente molto marginali sotto questo profilo, come quelle cinesi, coreane, africane.

3) Gli artisti cosa si aspettano dai mediatori culturali, dai galleristi, critici, curatori e giornalisti?
Come dicevo in precedenza, condividiamo il nostro tempo con moltissimi autori capaci di percepire il senso della propria esistenza e dargli forma. Agli operatori della cultura tocca il non facile compito di riconoscerli e far respirare il loro lavoro, isolandolo da tutto ciò che è retorica, furbizia, o anche solo ingenuità.
I galleristi sono una categoria diversa: sono in bilico fra la critica e il mercato, quindi condizionati anche dalla domanda, che è orientata quasi esclusivamente verso i fotografi storicizzati o propensi ad una fotografia di approccio pittorico, più adatta ad essere esposta senza turbare. E i galleristi più sensibili alla domanda condizionano gli autori più interessati alla vendita, che calibrano il loro lavoro sulla richiesta di un pubblico non sempre attento alla ricerca e alla verità. Mi auspico che ci siano sempre più galleristi disposti a rischiare, lavorando con la migliore fotografia contemporanea.
Ma sto rispondendo da fotografo, che considero cosa diversa dall’artista (e questo argomento merita un capitolo a parte …),

Il rischio a cui Pasquale Palmieri fa riferimento è forse il medesimo che ogni fotografo affronta dinanzi al reale, allorquando, come Egli stesso asseriva, “Ho l’illusione di lottare con quella mannaia che tenta di recidere la realtà dal suo ricordo, di sconfiggere la ‘comparazione’ fra le persone e le loro sembianze. Posso smettere di essere il carceriere del tempo, serrato in una finzione voluta dall’occhio razionale.” Alla razionalità fa da eco l’artificio, quello a cui pure Palmieri ricorre nelle sue costruzioni fotografiche che, però, in un solco estetico di mirabile profondità, fanno tendere la sua visione in una narrazione effimera che si traduce in artifizio ma non inteso come finzione, quanto, piuttosto, come intensa manifestazione di intenti, afflati e gradienti di alterità. Il prima ed il dopo, nei suoi scatti, nei suoi video, d’un tratto, paiono non aver più contezza e rilevanza; ogni opera funge da identità che tesse una propria intrinseca evocazione. Il tempo, dunque, per Palmieri, adottato il ruolo di fotografo, artista ed artifex di apparati effimeri che sono già teatro del passato, suggerisce, mediante una testimonianza immaginifica, la necessità, sempiterna, di spingersi nei meandri di una esperienza del mondo differente, cauta, pacata, attenta, al fine di portare ad emersione un autentico vigore. E se l’Arte non rischia di addentrarsi entro tali meandri, nulla può contro l’incedere della vita. Il compito dell’Arte e degli Artisti, che siano pittori, fotografi, scultori, scrittori, musici, e di tutto il cosiddetto Sistema Arte che attorno ad essi ruota è, oggi come non mai, quello di affidare la costruzione del reale, dei processi del quotidiano a queste visioni, le sole in grado di generare futuro e pensiero.
Tra gli ultimi lavori di Palmieri, infatti, la progettazione della mostra tridimensionale ViVi – Visioni Virtuali, insieme con Luigi Salierno, ambientata nella Chiesa di Santa Sofia di Benevento, patrimonio Unesco.