Carissimo Sergio,
stamattina, mentre pensavo alla mia prossima lettera, mi è caduto l’occhio sul libro di Tommaso Ebhardt dedicato a te, che ho divorato qualche anno fa, e ho pensato di scriverti. Era tanto tempo che non ripercorrevo con la mente il tuo cammino, e rivederlo oggi fa avvertire ancora di più quanto la tua assenza pesi su questo mondo. Ricordo la nitidezza di quel giorno in cui apprendemmo della tua scomparsa: una notizia arrivata come un colpo sordo, un vuoto improvviso che ci lasciò attoniti, ripensando a quel modo di darsi totalmente al lavoro fino a consumarsi, inseguendo il tuo mantra: “Devo mettere a posto le cose”.
Di te mi è sempre rimasta impressa la dignità con cui hai affrontato la fine. Ti sei ritirato nel silenzio della clinica in Svizzera, senza comunicati strappalacrime o spettacolarizzazioni. Proprio tu, maestro della comunicazione diretta, hai scelto il riserbo per proteggere la tua fragilità. Un’uscita rigorosa e intima.
Mentre ti scrivo, siamo in pieno agosto, nella morsa del caldo torrido, nel periodo in cui tradizionalmente tutto si ferma. E ripensandoci, mi viene in mente una delle tue uscite storiche: quando, dopo pochi mesi che eri entrato in Fiat — un’azienda che all’epoca bruciava cinque milioni di euro al giorno —, facendoti un giro a Torino in pieno agosto trovasti le fabbriche deserte. Chiedesti incredulo: “Dove sono tutti?”, e alla risposta “Sono in ferie” replicasti sdegnato: “In ferie? Ma da cosa?!”. Quel tipico provincialismo italiano per cui ad agosto il mondo si spegne a te faceva orrore.
Oggi, del resto, il mondo non si ferma affatto ed è precipitato in un caos totale dove a dominare è la geoeconomia pura e spietata. Il gas non arriva più dalla Russia, le catene globali sono fatte a pezzi e lo scenario energetico è paralizzato tra tensioni e guerre. Tu eri profondamente americano nel pragmatismo e nel pensiero: in un’intervista dicesti apertamente “io penso in inglese”, perché è una lingua più diretta, che va dritta al punto senza fronzoli. E quanta mancanza fanno oggi uomini come te, con quella mentalità d’oltreoceano capace di tagliare i nodi gordiani della burocrazia. Pensa alla tua America, oggi governata nuovamente da Donald Trump, un vortice continuo che ci fa vivere costantemente sulle montagne russe tra dazi, minacce e scossoni geopolitici. Chissà come l’avresti presa tu; ma di una cosa siamo certi: sulle montagne russe ci saresti salito per primo, sfidando il pericolo a viso aperto con quel coraggio leonino che ti distingueva, pronto a trasformare l’instabilità in un vantaggio competitivo. Persino il tuo celebre maglionicino blu era diventato una cifra di stile inconfondibile, ma tu non lo mettevi per vanità, bensì perché eri pragmatico fino al midollo: abolire la giacca e la cravatta significava non perdere neanche un minuto prezioso al mattino nel vestirsi, eccezion fatta solo quando il protocollo ti costrinse a indossarle per andare alla Casa Bianca. Per te il tempo era la risorsa più sacra.
Tu eri allergico ai piani strategici quinquennali troppo dettagliati, convinto che blindare il futuro su fogli di excel fosse un’illusione. E oggi, riguardando quello che è successo dalla pandemia in poi, avresti avuto pieno e totale riscontro: avevi ragione tu. Viviamo in un’epoca di cambiamento strutturale e perenne. Tu questa fase in cui il mondo si è fermato e tutti abbiamo smarrito fette di libertà non l’hai vissuta, ma ci hai lasciato gli strumenti per affrontarla.
Tu sapevi bene che adattare la rotta nella tempesta non significa cercare riparo o sperare che il vento si plachi. Come ci hai insegnato tu stesso riprendendo le parole di Kafka sulla spiaggia di Haruki Murakami, il vento non è qualcosa che arriva da fuori: quel vento siamo noi. Di fronte alla crisi non serve fuggire o aggirarla; bisogna entrarci dentro, proteggersi e avanzare un passo alla volta, trasformandosi radicalmente nel profondo. In fondo, come amavi ricordare, si dice che gli esseri umani possano vivere giorni senza cibo o acqua e minuti senza aria, ma nessuno di noi può vivere quattro secondi senza speranza. E tu ci hai lasciato in eredità la più grande lezione di autonomia morale: la responsabilità non può essere delegata ai governi o alle strutture, ma è prima di tutto un atto individuale e intimo, che diventa poi collettivo solo quando ciascuno di noi ha il coraggio di farsi carico del proprio destino.
Il tuo percorso, del resto, non è mai stato lineare. Da Chieti al Canada a soli 14 anni, catapultato in una metropoli senza masticare una parola di inglese, hai costruito la tua vita partendo davvero dal basso. In un’epoca in cui l’istruzione viene spesso svalutata e considerata un orpello inutile, tu hai incarnato la dimostrazione vivente di quanto la cultura e lo studio facciano la differenza. Con le tue quattro lauree — Filosofia, Giurisprudenza, Economia con un MBA e Scienze Commerciali — sei stato molto più di un manager: eri, nel senso più nobile e profondo, un filosofo prestato all’industria.
Guardando al tempo d’oggi, dominato dall’intelligenza artificiale, dalle macchine e da un progresso tecnologico che corre senza bussola, mi viene da pensare a quanto ne avremmo bisogno: vorrei che tutti — manager, politici, persone delle istituzioni — si laureassero in filosofia, per imparare finalmente a costruire un autentico pensiero critico, capace di interrogare il senso delle cose prima di subirle. Eri un filosofo perché non ti limitavi a far quadrare i conti, ma rimettevi continuamente in discussione i paradigmi.
Ripenso spesso anche alle tue battaglie frontali e spietate contro i sindacati tradizionali. Eri l’unico capace di denunciare con lucidità l’inutilità di certe sovrastrutture burocratiche. Eppure, in questa tua intransigenza feroce, c’era un paradosso affascinante: eri un uomo profondamente comprensivo dell’altro. Lo hai dimostrato dal primo giorno, pretendendo che gli spogliatoi e i bagni delle fabbriche fossero ristrutturati e resi confortevoli per chi passava otto ore a lavorare duramente sulla linea. Tu queste cose le sapevi nelle viscere, perché a differenza di tanti sindacalisti da salotto, avevi vissuto la fatica sulla tua pelle, conoscendo la durezza dell’essere emigrante e la gavetta vera. Prima di sederti nei cda dei colossi mondiali, eri stato uno di loro.
Hai preso aziende sull’orlo del baratro come Fiat e Chrysler e ne hai decuplicato il valore attraverso operazioni storiche e lo spin-off della Ferrari, dimostrando che non bisogna mai aver paura di rompere gli schemi. Ma non hai mai nascosto il prezzo umano di queste conquiste: le vent’ore di lavoro al giorno, i sacrifici personali, il costante interrogativo sulla bilancia tra vita e carriera.
Alla fine, la risposta a tutto quel sacrificarsi stava in quell’obiettivo scolpito come metafora della tua esistenza: la volontà incrollabile di lasciare un segno, di “Make a Difference”.
Ci manchi, Sergio. Manca la tua spinta ad alzare l’asticella, la tua onestà intellettuale e quella straordinaria capacità di dimostrare che, per guidare gli altri, bisogna prima di tutto avere il coraggio di cambiare se stessi.
Certi uomini non muoiono: cambiano semplicemente passo, lasciando a noi il compito di trovare il coraggio di camminare senza rete.
Una tua estimatrice e ammiratrice





































