Per 1 imprenditore su 2 l’Italia non è Paese per startup

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Roma, 5 gen. (Labitalia) – Difficoltà nell’attrarre investitori (29%), nel reperire risorse umane qualificate a costi sostenibili (23%), e nel conquistare quote di mercato (19%). Sono queste le maggiori criticità che ravvisano gli startuppers italiani che, sebbene riconoscano che oggi esistano molti incubatori di impresa, fondi pubblici e aziende che finanziano, ritengono che l’Italia non sia propriamente il Paese ideale, perché a mancare è il sostegno in fase di crescita (27%) e perché la burocrazia rende problematiche prassi fondamentali come lo snellimento dei bandi per accedere ai fondi (22%).

E’ quanto emerge da uno studio del K&L Gates Legal Observatory condotto con metodologia Woa (Web Opinion Analysis) attraverso un monitoraggio su circa 50 forum, community, portali e testate web per capire quali sono le principali criticità delle startup in Italia.

E come si affrontano le difficoltà? Il 34% cerca di risolvere personalmente le emergenze, con la speranza di contenere i costi. Il 31% preferisce, invece, affidarsi subito ad esperti per le aree di pertinenza o consultando più fonti (17%) per trovare le soluzioni migliori.

“Uno dei temi con i quali si scontrano spesso le start-up è quello dei costi associati all’utilizzo di consulenti qualificati. Le grosse società di consulenza, che si tratti di consulenza legale o di business o altra natura, richiedono un investimento spesso non compatibile con i budget limitati delle startup specie quelle che ancora non hanno avuto accesso a finanziamenti”, afferma Arturo Meglio, partner di K&L Gates Milano, avvocato esperto in ambito societario e responsabile per lo studio del progetto in questione.

“Sulla base di questa constatazione, nasce il progetto ‘K&L Gates with YOUth’ – spiega – sviluppato in collaborazione con il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Milano-Bicocca, nell’ambito del quale vengono selezionate delle startup che vengono assistite dallo studio, nell’ambito di attività pro-bono, nella identificazione e implementazione di attività particolarmente rilevanti per la vita e lo sviluppo dell’azienda”.

“Il primo modulo, appena conclusosi – riferisce – e al quale ne seguiranno altri nei prossimi mesi, ha visto la partecipazione della startup HeartWatch, attiva nel settore healthcare con un’innovativa tecnologia di monitoraggio continuo delle condizioni cardiache e respiratorie, che lo studio, con il proprio dipartimento di diritto del lavoro coordinato dall’avvocato Roberto Podda, ha supportato nella strutturazione di impalcature contrattuali giuslavoristiche necessarie all’azienda per inquadrare e sostenere la crescita delle risorse e, di riflesso, produttività e business dell’azienda stessa”.

“Lo studio, in questo progetto, è affiancato dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Milano-Bicocca – ricorda – che ha partecipato, in maniera attiva ed entusiastica, tramite la selezione, avvenuta sotto la supervisione del professor Franco Scarpelli, di quattro propri brillanti studenti, poi coinvolti dallo studio nelle attività di elaborazione in oggetto. In questo modo, riusciamo anche a dare ai ragazzi l’opportunità di confrontarsi con problematiche pratiche quali quelle che saranno oggetto della loro futura attività lavorativa una volta completato il ciclo di studi”.

Ma quando un’idea diventa startup? Per il 33% dei soggetti monitorati, avviene quando se ne comprende la possibilità di utilizzo pratico, reale ed economico. Per il 31%, invece, quando si individua il modello che permette di fare ricavi, mentre per il 23% quando si concilia tutto ciò con l’ambiente normativo.

E, parlando di investitori, quali settori riescono ad attrarre più liquidità? In ordine, troviamo Ict (52%), Healthcare (36%), Pharma (34%), Media (28%), Trasporti (25%) e settore alimentare (19%). Per quanto riguarda le risorse umane, invece, il numero medio impiegato da una startup è da 1 a 5 (37%), da 5 a 10 (24%), oltre 10 (21%), oltre 30 (11%), oltre 50 (7%).

Quali sono, poi, gli errori più comuni che commette chi cerca di fare startup? Al primo posto tra gli errori più avvertiti, c’è quello di non informarsi su eventuali competitor per correggere il tiro dell’offerta differenziandosi (52%). Poi, segue l’incapacità di trasmettere una visione e mostrare al mercato le potenzialità (48%). Il 44% non va velocemente al cuore del business, rischiando così di perdere l’attenzione degli interlocutori. Il 41% fa l’errore di allinearsi alla logica comune e non osa andare controcorrente.

Altro errore (37%) è quello di inventare prodotti o servizi, senza riuscire a spiegare in maniera efficace come si fanno i soldi e chi paga per i servizi proposti dalla startup. Un buon 35% sottovaluta la complessità del lavoro che può portare all’esplosione della startup e, quindi, la necessità di trovare le competenze adatte per riuscirci. Infine, viene segnalato il mancato confronto con il mercato (32%), non venendo in molti casi a crearsi una interlocuzione con i propri potenziali clienti cercando di ottenere dagli stessi opinioni utili per migliorare i servizi e/o i prodotti offerti. Ma quali sono le principali criticità? La più grande difficoltà è quella di attrarre investitori (29%) o ritrovarsi con risorse umane limitate e difficilmente inquadrabili (23%). Allo stesso tempo, è difficile conquistare quote di mercato (19%) e renderla operativa in tempi brevi (16%).

In definitiva, dunque, l’Italia è il Paese giusto per lanciare una startup? A fronte di un 26% (trend in crescita rispetto al passato) che ritiene l’Italia un buon Paese perché esistono molti incubatori di impresa, fondi pubblici e aziende che le finanziano, esiste un 49% dei soggetti monitorati per cui la risposta è invece negativa: da un lato, perché manca sostengo alla fase di crescita (27%) e, dall’altro, perché la burocrazia rende problematiche prassi fondamentali come lo snellimento dei bandi per accedere ai fondi (22%).