Per fare le cose bene serve, soprattutto, amore

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Restano tre cose

Di tutto restano tre cose:
la certezza
che stiamo sempre iniziando,
la certezza
che abbiamo bisogno di continuare,
la certezza
che saremo interrotti prima di finire.
Pertanto, dobbiamo fare:
dell’interruzione,
un nuovo cammino,
della caduta,
un passo di danza,
della paura,
una scala,
del sogno,
un ponte,
del bisogno,
un incontro.

Fernando Pessoa

In questo periodo di festività natalizie, più che in altri momenti, si possono trovare, in particolare in alcuni luoghi, segni di qualità del saper fare bene le cose: di saperle fare con arte.

Provate a vedere a Napoli gli artigiani di san Biagio dei librai, ma anche a Bolzano, in moltissimi altri luoghi e in manifestazioni diverse di “arte”.

Compreso quella di cucinare o saper dire con gentilezza le cose( la seconda in via di sparizione).

Certo, “Fare bene le cose giuste” è qualcosa in più e ancora più importante che semplicemente farle bene.

Certo, lo sforzo di essere continuamente critici rispetto al proprio lavoro, vale a dire di associare l’intelligenza e la conoscenza all’agire concreto, è fondamentale, anche quando semplicemente occorre pensare a un dono, a una parola da dire a un oggetto da costruire.

Ma vorrei concentrarmi sul “fare bene”, considerando l’aspetto dell’arte come metafora dell’apprendimento e del cambiamento.

Sono ora con mio fratello Paolo un artista, che sa fare bene le sue opere.

Perché uno è bravo nel fare qualcosa?

Vale ovunque questa domanda e probabilmente la risposta è nota: è una combinazione, un intreccio tra desiderio, propensione e competenza.

E poi nell’arte (in tutti i tipi d’arte), c’è la magia del talento.

Lo osservo mentre compone quest’opera, in questa bottega piena di oggetti e atmosfera, in un isolamento che non è solo geografico.

C’è un gran disordine in tutta la stanza, ma questa percezione è connessa con una mia idea di ordine che non è la sua.

Quando gli chiedo cosa stia per realizzare mi risponde nello stesso modo disordinato, ma capisco che lui ha un’idea in divenire ed è durante l’azione che si comporrà.

So che quest’idea è la risultante di una sua osservazione, di un’emozione, di un’elaborazione interiore.

So anche che, in qualche modo, la realizzazione sarà un modo di conquistare una forma di eternità, sia che il quadro rimanga a lui o sia guardato poi da altri.

Ora mi concentro sugli strumenti che sta usando (pennelli ma non solo), anch’essi distribuiti nella stanza secondo una logica che mi sfugge.

Osservo i movimenti, naturalmente spontanei e quindi competenti, c’è un metodo che segue nel suo comportamento.

Stende con un pennello, e poi con altri, i colori che daranno vita e luminosità al lavoro artistico in via di definizione.

La pittura (ma probabilmente tutte le forme d’arte) è una stupenda metafora del processo innovativo: passa dall’illuminazione creativa all’innovazione, intesa come atto visibile e misurabile.

Creazione di qualcosa che sta avvenendo per la prima volta.

Sogno di dipingere poi mi sveglio e dipingo il mio sogno”diceva Van Gogh.

Una volta, io che non so dipingere, avevo fatto uno “sgorbio” sotto la pressione di una forte emozione.

L’ho conservato e quando lo guardo, mi ritorna l’eco di quell’emozione.

Dipingere è avere la possibilità di “amare ancora” quello che ha originato l’atto, è ritornare a un luogo, a un momento, a qualcosa o qualcuno che hai amato.

Nella pittura quello che si vede vale se ti fa “vedere” qualcos’altro, che non può essere visto e neanche descritto o raccontato.

Come ad esempio in un filmato o delle foto.

Ora mi concentro su come sta usando i colori.

Cerco di trovare una gerarchia in questo, ma mi accorgo, nella composizione che sta attuando, che nessun colore è meglio di un altro.

È l’insieme armonioso che determina l’equilibrio (o lo squilibrio intenzionale) e il senso emotivo, ma anche tecnico dell’opera.

Lavora in modo chiaramente e intensamente esperto, lo fa in silenzio, con un tacito accordo con se stesso, con il proprio dialogo interiore, con la propria idea che è nello stesso tempo fine e causa dell’opera.

Mentre lo osservo, considero che la motivazione e la pratica, siano quello che davvero determina la competenza.

Penso al mio mestiere, alla formazione imprenditoriale e alla sua inutilità quando non diventa apprendimento, quando al momento del pensiero non segue quello dell’azione che conferma e rinnova il pensiero.

Quante volte accade questo, quante solenni dichiarazioni naufraghino a fronte del torpore motivazionale o l’aridità mentale di chi guida i sistemi.

Continuo a osservare, sono ospite della bottega ma è come se non ci fossi, lo seguo in silenzio, vedo che si ferma spesso e pensa, guardando con attenzione l’opera in corso.

Capisco che attraverso la riflessione, in questo momento, lui sta realizzando una cosa che sa fare, ma sta anche imparando a farla mentre la fa.

S’impara solo attraverso l’azione concreta e credo, continuando la mia speculazione intellettuale della metafora, che è proprio quello di cui i sistemi hanno bisogno, ossia dell’“alleanza” tra il processo formativo e quello operativo.

Capire per fare e fare per capire per agire in situazioni complesse, per risolvere problemi e cogliere opportunità.

La formazione serve poco se non aumenta il sentimento di “padronanza” delle situazioni e la capacità di ri-progettare il “fare” professionale con la capacità di intrecciare continuamente l’esperienza generativa con il progetto di futuro.

E’ ora di pranzo mio fratello non lo sa, e sta “argomentando” con se stesso su come ottenere diverse sfumature di azzurro.

Provo a dire la mia.