Perché il Sud è rimasto senza palle

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I dati dell’ultimo rapporto Svimez – presentati a Roma lo scorso mercoledì primo agosto – si prestano a essere letti in molti modi diversi. E infatti così è stato. C’è chi ha messo l’accento sull’aumento della povertà al Sud, chi sui giovani che vanno a cercare fortuna altrove, chi sulla difficoltà a recuperare il livello degli occupati di prima della crisi, chi sul pil che continua ad allontanarsi da quello delle regioni settentrionali nonostante l’andamento incoraggiante di qualche regione, chi sulla mancanza degli investimenti pubblici e chi sulla vivacità di quelli privati: unica voce squillante all’interno di un coro assai poco allegro.
Naturalmente variegate sono state anche le interpretazioni. Il Mezzogiorno è morto? Così pare… No, è solo moribondo. Si può riprendere? Chissà… E perché no? Certo, a patto che… E giù con i rimedi più diversi che non si capisce come mai non si sia stati in grado di applicare nei molti decenni dedicati allo studio del fenomeno che passa sotto il nome di Questione Meridionale: espressione che fa venire l’orticaria solo a pronunciarla e ad ascoltarla (e, sinceramente, anche a scriverla). E poi ci sono la solita cattiva burocrazia a mettersi di mezzo e la criminalità in tutte le sue forme. Da ultimo, anche orientamenti del governo che non incoraggiano lo sviluppo.
Insomma, la storia viene da lontano e molto lontano minaccia di andare. Bisogna fermarla. Mettere un punto perché anche la telenovela più lacrimevole ha diritto ad avere una fine. Meglio se buona, comunque una fine sicura. Di quelle da mettersi l’animo in pace e volgere lo sguardo altrove lasciando che il destino si compia. Chi è causa del suo male pianga se stesso, ammoniva il Sommo Poeta. E – si può arbitrariamente aggiungere – non cerchi alibi alla propria incapacità a organizzarsi, all’indole molle, alla vocazione opportunistica che contraddistingue il carattere collettivo dei meridionali i quali, per usare un’altra citazione, sono indecisi a tutto.
Non che non ci siano individualità di spicco: persone colte, politici preparati, amministratori capaci, imprenditori competitivi, professionisti competenti. Ma non fanno massa critica e sono avversate come pericolo pubblico perché non possano infettare con i morbi del merito e dell’efficienza un corpaccione che si nutre di tutt’altro. Preso nel suo insieme il popolo meridionale fa paura. Sa urlare e disperarsi per i torti subiti – veri e presunti – ma mai apprestare una soluzione. E così la meglio gioventù decide di andar via diventando materia di dibattito anziché l’oggetto di una seria riforma delle norme e dei costumi che ne determinano l’allontanamento.
Via il Banco di Napoli perché covo democristiano. Via la Fime e l’Isveimer perché in mano ai socialisti. Via la Flotta Lauro perché troppo ingombrante. Via la Sme per accontentare gli appetiti di chi ci gratificherà con una pacca sulla spalla. Via l’Italsider per dare il benvenuto alle magnifiche sorti e progressive di una nuova industria che si fa attendere da trent’anni. Via tutto quello che è frutto di studio e d’impegno, che non è mio e potrebbe avvantaggiare un altro. Ci siamo comportati nel tempo come quel marito che per fare dispetto alla moglie si taglia i gioielli. E se ne lamenta quando il danno è fatto. Il Sud, antropomorficamente parlando, è rimasto senza palle.