Periti industriali, dossier sul lavoro: 2 mln di posti in campo tecnico entro il 2025

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Il futuro del lavoro? E’ nelle professioni tecniche: nel prossimo decennio, infatti, ci saranno più di 2 milioni di opportunità occupazionali per profili tecnici di vario tipo, ma la cui quota più significativa sarà nel campo dell’ingegneria. Un’indicazione anche per i sistemi formativi, in quanto un corso universitario professionalizzate nel campo ingegneristico potrebbe attrarre almeno 10 mila studenti all’anno, tra nuove immatricolazioni e recupero della dispersione. A rilevarlo è il secondo Dossier elaborato dal Centro studi Opificium-Cnpi (Consiglio nazionale dei periti industriali e dei periti industriali laureati).
I profili tecnici intermedi, spiegano gli autori della ricerca, occuperanno il 17% dei futuri posti di lavoro. L’Italia è, dopo la Germania (quasi 3 milioni di tecnici) e la Francia (2,2milioni), il paese europeo dove si concentreranno le maggiori opportunità occupazionali per le figure tecniche; molte più di quante se ne avranno in Gran Bretagna e Spagna, dove la domanda si fermerà rispettivamente a quota 1,5 e 1,3 milioni.
Alla richiesta di competenze tecniche sempre più specializzate, farà da sponda anche un innalzamento del livello formativo. Stando all’indagine sulle previsioni di assunzione delle imprese italiane realizzata da Unioncamere-Exclesior, tra 2011 e 2015, la quota di laureati richiesti per profili tecnici è passata dal 42% al 50%. Tale evoluzione non sarà sufficiente a colmare il gap formativo della forza lavoro italiana: nel 2014, su 100 profili tecnici intermedi occupati in Italia, ‘solo’ 27 (contro un valore medio europeo del 39%).
Le lauree triennali in ingegneria, spiega il Dossier Opificium-Cnpi, sono inadeguate a soddisfare la domanda. A più di 15 anni dalla sua introduzione, continuano, infatti, ad essere identificate come il primo step del percorso quinquennale, venendo meno all’obiettivo iniziale di creare un percorso universitario professionalizzante. E sempre più ingegneri con laurea triennale decidono di proseguire gli studi: erano l’80,8% nel 2004 e sono l’87,5% nel 2014.
Inoltre, si registra negli anni un calo significativo della quota di laureati che riesce a conseguire il diploma nei tempi previsti dal corso di studio (passata dal 58,8% del 2004 al 33,5% del 2014) e una diminuzione del numero di laureati che nel corso degli studi ha avuto l’opportunità di partecipare ad esperienze di tirocini o stage riconosciuti dal corso di laurea, passato dal 51,2% del 2004 al 36,8% del 2014.
E se in Italia solo il 22% dei giovani tra i 30 e 34 anni ha conseguito un titolo di studio universitario (la media europea è il 39%), questo, dicono i periti industriali, è da attribuire all’assenza di un canale terziario professionalizzate: da noi solo 1 giovane su 100 ha conseguito questo tipo di titolo, rispetto al 9% della media europea. Le utilità di un percorso universitario professionalizzante sarebbero molteplici: intanto, sarebbe un contributo al contrasto della dispersione scolastica, dice il Cnpi, perchè a 6 anni dall’immatricolazione in un corso di laurea triennale di ingegneria, il 29% ha abbandonato gli studi, il 50% si è laureato, mentre il 21% risulta ancora iscritto.
Poi, il corso sarebbe un argine al fenomeno dei ‘neet’, che nel nostro paese nel 2014 interessa il 32% degli italiani tra i 20 e 34 anni (contro una media europea del 20%) e che tocca anche chi ha una formazione tecnica. A un anno dal conseguimento del titolo, infatti, non studia e non lavora il 24% dei diplomati degli istituti tecnici, contro il 17% del totale dei diplomati e il 4,8% di chi ha seguito il liceo. Dal 2001 ad oggi, il numero di immatricolati provenienti dagli istituti tecnici è diminuito del 52,9%, con una perdita di oltre 42 mila unità.
“L’attivazione di un percorso professionalizzante terziario, adeguatamente supportato da un’attività di orientamento nella scuola superiore, consentirebbe di riagganciare al circuito della formazione un gruppo di diplomati, quelli tecnici, che non trova nell’attuale offerta formativa terziaria risposta alle aspettative di innalzamento del titolo di studio”, si legge nella ricerca.
Nel Dossier elaborato dal Centro studi Opificium-Cnpi, si stima che l’introduzione di un corso di laurea professionalizzante in ambito tecnico ingegneristico possa coinvolgere annualmente circa 10 mila studenti. Di questi, più di 4mila proverrebbero dal recupero dei fenomeni di dispersione che si registrano nelle discipline ingegneristiche; quasi 4 mila, sarebbero nuove immatricolazioni, di diplomati tecnici che, a un anno dal diploma, rischiano di non lavorare e non studiare o, pure essendo occupati, potrebbero essere interessati a coniugare studio e lavoro.