Perquisizioni illegittime: il sequestro probatorio

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Il fine giustifica i mezzi? È sotto la luce scrutatrice di tale profano interrogativo che, chi scrive, intende condurre questa ricerca.

 Ci si riferisce, in ispecie, all’ ipotesi di perquisizioni avvenute in maniera irrituale in violazione delle libertà fondamentali garantite dall’ art 13 Cost., e all’ eventuale sequestro probatorio del corpo del reato o di cose pertinenti al reato che ne sia seguito.

D’altronde pur riconoscendo che solo il sequestro è suscettibile di ‘utilizzazione’ in quanto vera e propria prova, è pur vero che nella valutazione relativa alla sua utilizzabilità non si possa prescindere dal riferimento ai presupposti che lo hanno reso possibile, e dunque ad un vaglio sulle modalità relative al mezzo di ricerca della prova stessa.

Trattandosi di un atto particolarmente invasivo, la perquisizione è subordinata al rispetto di due condizioni essenziali sancite a livello costituzionale: l’atto motivato dell’ autorità giudiziaria (riserva di giurisdizione), modalità e casi stabiliti dalla legge (riserva di legge).

Proprio riguardo alla necessità di atto motivato, si prevede che il decreto che dispone la perquisizione debba recare motivazione dell’ ipotesi criminosa per cui si procede, la quale va sufficientemente individuata tanto in diritto quanto in fatto; ciò per garantire al soggetto il diritto minimo di difesa, consistente nella valutazione circa la congruità degli atti compiuti in sede di perquisizione rispetto al reato per cui si procede.

L’eventuale vizio di motivazione del decreto è causa di nullità. Tuttavia, trattandosi di nullità relativa, è suscettibile di essere sanata se non rilevata dalla parte prima che inizi la perquisizione o immediatamente dopo.

Qual è la sorte del sequestro laddove tali condizioni non vengano rispettate?

La tesi accreditata in passato, tanto nel nostro ordinamento quanto in quelli di common law, era quella dei (c.d.) ‘frutti dell’ albero avvelenato’: se la perquisizione è illegittima ne seguirà l’ inutilizzabilità del successivo sequestro. Soluzione che in nome di un esasperato garantismo sacrifica l’ utilizzabilità dei risultati del mezzo di ricerca.

A tale tesi se n’è contrapposta un’ ulteriore, ispirata da minor garantismo e maggior furore inquisitorio, secondo la quale la perquisizione è un atto autonomo rispetto al successivo sequestro, del quale costituisce mero antecedente cronologico.

Tale soluzione sembra esser quella sposata dalle Sezioni Unite con sent. 27 marzo 1996, seppur con le dovute precisazioni: infatti la Corte, in tal pronuncia, non trascura del tutto la tutela dei diritti soggettivi, ma ne ammette soltanto una compressione nei casi in cui ciò è consentito dall’ ordinamento. Ci si riferisce all’art. 253, nella parte in cui prevede che dove sia stato rinvenuto il corpo del reato o cose pertinenti al reato, il sequestro si configuri come un atto dovuto per il pubblico ufficiale, a prescindere dalle modalità che lo hanno reso possibile.

Appare condivisibile la soluzione della Corte, nella parte in cui tende ad assicurare al processo la sua prova. Appurato ciò che ai fini processuali ci interessa, resta però da chiarire l’aspetto umano della vicenda, e qui, probabilmente la soluzione non è di pronta elaborazione, prestandosi come terreno di abusi più o meno gravi. In primo luogo, la perquisizione non può essere utilizzata, tanto dal P.M. quanto dalla polizia giudiziaria, come mezzo di ricerca della notizia di reato. Già durante la vigenza del codice Rocco, infatti, si era formata opinione contraria della dottrina, secondo la quale gli atti che incidono sui valori costituzionalmente tutelati di libertà personale e domiciliare presuppongono il ‘fumus commissi delicti’, del quale si può avere evidenza soltanto in seguito all’ iscrizione della notizia di reato. In secondo luogo, la perquisizione deve avvenire in maniera tale da non offendere la dignità e il pudore di chi vi è sottoposto.

A tal fine è auspicabile che, tanto il P.M. quanto gli organi di polizia giudiziaria, utilizzino il potere loro conferito nella maniera più razionale possibile, al fine di scongiurare scenari persecutori. Infine, non va trascurata l’eventualità, laddove ne ricorrano gli estremi, che si configuri il reato di perquisizione arbitraria in capo al pubblico ufficiale (ex art. 609 c.p.) che, con coscienza dell’ abuso dei propri poteri esegua la perquisizione in maniera illecita.