Petrolio ai minimi. Le borse affondano

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È stata un’altra settimana di passione per i mercati finanziari, nella scia dei prezzi del greggio e della bolla economica della Cina. Il petrolio, in particolare, in settimana ha provato a staccarsi dal minimo dei 30 dollari al barile (mercoledì scorso – si ricorderà – sul mercato after hour di New York i contratti sul greggio Wti con scadenza a febbraio avevano recuperano 66 centesimi passando di mano al prezzo di 31,10 dollari al barile, mentre il Brent guadagnava 48 centesimi a 31,34 dollari) ma senza troppa convinzione. Insomma, il pull-back del prezzo – dicono gli analisti – ha praticamente affossato tutte le piazze finanziarie, a chiusura dell’ottava borsistica. E’ evidente che – come i lettori del “Denaro” sanno – il prezzo del petrolio è un effetto non certo la causa della difficile ed imprevedibile partita di equilibri internazionali che si sta giocando peraltro a due passi da casa nostra, senza che noi – come singolo Paese e come Unione Europea – proviamo nemmeno a metterci il becco. Inutile aggiungere, sbagliando. Parimenti, è anche superfluo qui di ricordare i diversi e contrastanti interessi dei paesi produttori di petrolio: dagli Stati Uniti ai Paesi arabi, passando ovviamente per la Russia e l’Iran, oltre che per la Turchia, la Siria, l’Isis, Israele e via dicendo. E, dunque, non è il caso di sottovalutare l’esplosiva (letteralmente) miscela che il prezzo del greggio sta inevitabilmente determinando unitamente alla minaccia del terrorismo islamico, all’interno della regione medio-orientale pure endemicamente calda. E non soltanto dal punto di vista meteorologico. Sarebbe il caso, perciò, di non prendere sotto gamba l’allarme che il primo ministro russo Dmitri Medvedev ha lanciato proprio nel bel mezzo della tempesta perfetta causata, appunto, dall’ennesimo crollo dei prezzi dell’oro nero: “Le possibilità dello Stato non sono infinite”, ha detto. Che in altri termini, però, può suonare più o meno anche così: i bilanci statali dei paesi produttori di petrolio dipendono in larghissima parte solo dagli introiti del greggio. Dunque, è del tutto impensabile pensare di affamare una potenza economica e militare, come la Russia, appunto, senza prevederne le possibili conseguenze. Soffiano pericolosi venti di guerra, hanno scritto gli analisti più pessimisti. Speriamo che si sbaglino. Certo, fanno sorridere – in controluce – le polemiche che, con riferimento sempre al petrolio, contemporaneamente ci sono state in casa nostra: dai prezzi della benzina alla colonnina, che non scendono e, comunque, non in misura proporzionale al crollo della materia prima; alle trivellazioni autorizzate ad un tiro di schioppo dalle isole Tremiti e Pantelleria nella speranza, ci si augura, di trovare non poche gocce, ma oro nero a sufficienza per soddisfare il fabbisogno nazionale. Poco importa, evidentemente, se a scapito dell’ecosistema e del turismo, unica e tutto sommato magra risorsa per le popolazioni di quei luoghi. Il tutto, nemmeno a ricordarlo, mentre l’opinione pubblica diventa più sensibile rispetto ai problemi dell’inquinamento da gas di scarico. Argomento che rinvia, guarda caso, ai problemi che intanto sta vivendo l’industria automobilistica. E’ il caso, per esempio, della Renault che è stata lambita da sospetti analoghi a quelli della Volkswagen. Vale a dire: utilizzo di un software truccato per eludere i controlli sulle emissioni. Voci che da sole hanno causato una perdita fino al 20% del titolo azionario. Sorte non dissimile, del resto, da quella toccata a Fca, che in borsa ha perso il 9%, anche se per altra ragione: negli Usa, infatti, il marchio è coinvolto in una causa con alcune concessionarie incentrata sul sospetto di vendite gonfiate di automobili. Titoli di giornale, a dire il vero, che hanno inevitabilmente fatto passare in secondo piano altre notizie non meno eclatanti. Come per esempio, quella relativa all’incidenza assolutamente anormale del numero di ammalati e di morti per cancro – soprattutto bambini – nella cosiddetta Terra dei fuochi, ossia in 55 comuni tra Napoli e Caserta. Un dato comunicato senza infingimenti per la prima volta dall’Istituto Superiore di Sanità e finora sottaciuto, minimizzato, addirittura negato dai dirigenti delle istituzioni politiche e sanitarie locali. E, più in genere, da una classe politica inadeguata e fortemente collusa con la camorra. Ma anche un dato che trova inevitabilmente riscontro in uno studio della Svimez, secondo cui la qualità delle istituzioni nelle regioni del Sud è davvero minima. Insomma, anche nella classifica della Pubblica amministrazione Campania, Sicilia e Calabria restano in coda. In testa – ci piaccia o no – al solito ci sono Toscana, Lombardia ed Emilia Romagna. Non basta il calcio per consolarci.