Più filosofia, meno idiozia Lectio minima per i burocrati

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Negli ultimi tempi fioccano da parte di esperti del Ministero dell’Istruzione oscene proposte di abolizione o di riduzione dell’insegnamento della filosofia nella scuola. Oggi la realtà appare così patologicamente destrutturata che ci si sarebbe aspettata la richiesta opposta. Non solo Negli ultimi tempi fioccano da parte di esperti del Ministero dell’Istruzione oscene proposte di abolizione o di riduzione dell’insegnamento della filosofia nella scuola. Oggi la realtà appare così patologicamente destrutturata che ci si sarebbe aspettata la richiesta opposta. Non solo nella scuola ma anche nelle università nonché la sua introduzione presso le facoltà scientifiche. La cultura sembra, infatti, spezzata in due blocchi, di cui quello umanistico appare un ornamento di cui liberarsi in tempi di crisi. Si dimentica che essa contribuisce alla formazione di una testa ben fatta, consente lo sviluppo del pensiero meditante, delle capacità di riflessioni e del “general problem solving”. Senza l’apporto essenziale della cultura umanistica, di cui la filosofia è regina, si rischia di coltivare nei giovani un’intelligenza miope, parcellare, compartimentata, meccanicistica, riduzionista, che spezza la complessità del mondo in frammenti disgiunti e rende tutto unidimensionale, non potendo contemplare la pluralità, la multidimensionalità. Si determina vieppiù un progressivo impoverimento della democrazia: il cittadino non avverte più la dimensione intersoggettiva che lo lega da sempre agli altri e si atomizza. Come i totalitarismi hanno dimostrato la democrazia deve invce sempre presupporre la diversità di idee e non solo il consenso. “Conoscere e pensare – scrive Edgar Morin – non è arrivare a una verità assolutamente certa, è dialogare con l’incertezza”. La filosofia in tal senso è esercizio del dubbio, nonché preparazione alla vita.