Piede diabetico, nuova tecnica al Neuromed

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Roma, 26 mar. (AdnKronos Salute) – Usare cellule dello stesso paziente per avviare un processo di rivascolarizzazione capace di sanare le lesioni causate dal piede diabetico, scongiurando l’amputazione dell’arto. E’ questa la nuova frontiera della medicina rigenerativa messa a punto dagli specialisti dell’Irccs Neuromed di Pozzilli (Is): basta un semplice prelievo di sangue, e il paziente è potenzialmente in grado di “guarire se stesso”. Di questa innovativa opportunità di cura si è parlato in occasione del congresso “L’evoluzione della chirurgia vascolare tra presente e futuro” organizzato dall’Unità operativa di Chirurgia vascolare ed endovascolare dell’Istituto Neuromed. Una due giorni che ha riunito a Pozzilli i maggiori chirurghi vascolari italiani che hanno fatto il punto anche sugli ultimi progressi nel campo della patologia aneurismatica e del trattamento delle varici degli arti inferiori (VIDEO).

La perdita di vascolarizzazione degli arti inferiori è una delle complicazioni maggiori alla quale vanno incontro i pazienti diabetici – sottolineano gli esperti della struttura molisana – Il piede diabetico, infatti, espone ad ulcere, piaghe sanguinanti e infezioni che, a lungo andare, possono portare fino alla cancrena e all’inevitabile amputazione. “La medicina rigenerativa è la nuova frontiera nella guarigione delle ulcere da piede diabetico – spiega all’AdnKronos Salute Enrico Cappello, responsabile Uos di Chirurgia endovascolare del Neuromed – Oggi noi la accostiamo a tutte le tecniche di chirurgia tradizionale, di rivascolarizzazione sia endovascolare sia chirurgica”.

“Nei casi di pazienti con piede diabetico che non vanno incontro a guarigione – precisa il chirurgo – dopo averli rivascolarizzati e avere ottenuto la terapia antibiotica, eseguiamo una tecnica innovativa di rigenerazione microvascolare associata a una modulazione della risposta immunologica a livello locale. Precisamente con l’infusione e l’estrazione da sangue periferico di monociti. In questo modo – aggiunge – riusciamo a riportare il sangue fino alla caviglia del paziente, e a rigenerare il micro letto vascolare che va a irrorare e a portare antibiotico e ossigeno a livello della lesione. Questo – evidenzia – ci ha consentito sia di guarire pazienti che prima sarebbero andati incontro ad amputazione certa, sia di velocizzare la degenza e migliorare la loro qualità di vita”.

“Si tratta di una procedura molto semplice – aggiunge la ricercatrice Alba Di Pardo, responsabile delle procedure di preparazione di cellule autologhe – Prima di tutto si esegue un prelievo di sangue venoso periferico dal paziente diabetico con arto ischemico; questo sangue poi viene inserito in un filtro, dove subisce un processo di filtrazione per gradiente. Il sangue di scarto è raccolto in un sacchetto, che poi viene eliminato. Il filtro viene invece retrolavato con della salina e raccolto in una sacchetta sterile che servirà in seguito per l’infusione di queste cellule nella regione lesionata. L’infusione viene ripetuta per tre volte, a 30 giorni di distanza dalla precedente. Il primo effetto benefico – sottolinea – in realtà si ha già pochi giorni dopo la prima infusione, quando il paziente ci riferisce una riduzione significativa del dolore”.

“Inizialmente – ricorda Francesco Pompeo, direttore dell’Unità operativa complessa di Chirurgia vascolare ed endovascolare – abbiamo tentato la strada che prevedeva interventi con prelievo da midollo osseo dalla cresta iliaca posteriore, una metodica invasiva e disagevole per i pazienti. In seguito, attraverso valutazioni molecolari e biologiche ci siamo accorti che le cellule mononucleate andavano a creare una neoangiogenesi in quelle zone dove si era precedentemente instaurata un’ischemia da insufficiente apporto ematico. Così, abbiamo deciso di intraprendere questa strada dove andiamo a rigenerare il tessuto in quelle zone dove viene a mancare per mancanza di sostanza tissutale, a causa di malattia o traumi”.

Una linea terapeutica che si sta rivelando estremamente efficace, come dimostrano i numeri di uno studio dell’Istituto molisano che da circa 8 mesi ha arruolato più di 30 pazienti: “Abbiamo ottenuto più dell’80% di restituzione di integrum delle lesioni – sottolinea Cappello – L’altro vantaggio che abbiamo osservato riguarda la velocità di rigenerazione di queste lesioni: prima i pazienti avevano necessità di 8-12 mesi per giungere a guarigione, oggi i tempi si sono ridotti di oltre il 50%. Inoltre, il grande vantaggio di questo intervento è dato dalla sua mini-invasività, con rischi pari a zero. Anche se non dovesse funzionare – ricorda l’esperto – non provocherebbe nessun effetto collaterale nel paziente”.

Ma quali sono i meccanismi molecolari che rendono possibile questa rigenerazione tissutale? “Si tratta di un’attivazione delle vie di segnalazione molecolari che supportano l’ossigenazione dei tessuti e la rigenerazione degli stessi – precisa Alba Di Pardo – Le proprietà biologiche delle cellule, una volta filtrate, sono elevate. Sono cellule particolarmente plastiche, che sembrerebbero quasi funzionare come cellule staminali; in realtà – precisa la ricercatrice – non sono cellule staminali, ma questa capacità di adattarsi nel tessuto in cui si ritroveranno le rende particolarmente ricche di potenziale terapeutico, potenziale che può essere non solo utilizzato nell’ambito del diabete o dell’arto ischemico, ma anche in altre patologie ortopediche o nella sclerodermia, che oggi rappresenta una delle malattie rare senza una cura”, conclude.