Pippi, un programma nazionale per scongiurare la separazione dei figli dai genitori

Ribelle, indipendente, anticonformista e allergica alle regole, Pippi Calzelunghe, celebre personaggio dei cartoni animati, si fece conosce al mondo come una femminista pioniera, ma una gran parte di pubblico la definì un modello antieducativo perché proponeva un’infanzia senza regole e senza il controllo dei genitori. Caratteri taciturni o comportamenti irruenti, nei ragazzi di oggi, segnano il passo ad una società che nasconde famiglie vulnerabili, sofferenti, e proprio dietro a comportamenti apparentemente inspiegabili, si nasconde una ferita familiare profonda, incapace talvolta di chiedere aiuto, per pudore o per paura. Nessuna famiglia è sola, se realmente si affida ai servizi sociali, se intraprende un percorso che senza dubbio avrà cadute e pause, dolori e soddisfazioni, ma che può rivelarsi di rinascita per l’intera famiglia. Una spinta propulsiva arriva da un programma nazionale che negli anni con forza e tenacia si sta diffondendo anche come pratica di lavoro quotidiano, nato dal lavoro sinergico del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e l’Università di Padova, il cui acronimo si ispira al famoso cartone di P.I.P.P.I., rifacendosi proprio alla capacità di resilienza di Pippi Calzelunghe, come metafora della forza dei bambini nell’affrontare le situazioni avverse della vita. Il programma, che si pone l’obiettivo di accompagnare le famiglie che vivono un momento di stasi, determinato da conflitti genitoriali, ma anche da problematiche connesse alle dipendenze o alla patologia psichiatrica, inserendo all’interno del nucleo familiare un educatore che sosterà il ruolo genitoriale, coadiuvando il rapporto genitori e figli, ma anche il rapporto della famiglia con le istituzioni, partendo dalla scuola, arrivando ai rapporti sociali, passando alle figure mediche di cui necessita un bambino: pediatra, neuropsichiatra infantile, logopedista.

P.I.P.P.I. sposa la legislazione europea che riconosce il sostegno alla genitorialità come strategia essenziale e il diritto italiano, che sottolinea l’importanza di far crescere i bambini all’interno delle famiglie, in coerenza con quanto stabilito dalla L. 149/2001. Imponendosi per i suoi principi ispiratori nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Un programma che rappresenta un esperimento sociale unico, in grado di unire coerentemente teoria, metodi e strumenti, conoscendo direttamente le problematiche delle famiglie, che hanno portato a loro volta, alla definizione nel 2021, di uno fra i primi Livelli essenziali di Protezione Sociale (LEPS): quello relativo alla prevenzione degli allontanamenti dei bambini dalle famiglie di origine, che ha oggi trovato ampio finanziamento nel Piano Nazionale Ripresa e Resilienza (PNRR).

Sono 28.449 i minori in Italia allontanati dalle loro famiglie: 14.255 vivono in comunità mentre 14.94 sono in affido familiare. Uno su quattro è stato allontanato dai propri genitori come misura urgente di protezione a causa di “grave pregiudizio, maltrattamento conclamato o abbandono”. Si tratta di bambini prevalentemente nella fascia adolescenziale, ma una percentuale del circa 17.3% riguarda la fascia d’età infantile che va dai sei ai dieci anni, il 14.3% ha tra zero e cinque anni. Assistono o subiscono forme di violenza, spesso sono trascurati, i loro bisogni e le loro esigenze, sono accantonate, i genitori, talvolta sono sopraffatti dalle dinamiche, inermi per la paura, o sono affetti da problematiche di dipendenza o psichiatriche, che talvolta portano l’intera famiglia ad isolarsi dalla società. E’ bene sottolineare che l’allontanamento di un bambino dalla sua famiglia, risponde al diritto del bambino di essere protetto, che è uno dei diritti fondamentali riconosciuti dalla Convenzione dei diritti dei bambini dell’Onu: a proteggere un bambino tendenzialmente ci pensa la sua famiglia, ma se quella famiglia non è in grado di garantirlo, in alcuni casi l’allontanamento è necessario. Con P.I.P.P.I. si sta diffondendo e affermando una nuova cultura, quello di aggiungere a questo legame genitoriale e affettivo, una risorsa, che in un dato momento non è in grado di mettere in campo adeguate risorse educative. Non è un taglio dei legami ma un supporto ai legami. Difatti, il programma, si propone di intervenire in una duplice veste, prevenire l’allontanamento supportando la famiglia, ma anche intervenire qualora l’allontanamento è già avvenuto, per ricucire il legame, affinché insieme ad una proficua e sana progettualità a cui la famiglia partecipa, il minore possa rientrare nel sistema famiglia, e a pensarci è proprio un operatore specializzato, che accompagna il minore anche nel rientro dalla comunità. Un programma sul quale il Ministero investe, anche alla luce del PNRR, per prevenire pratiche di istituzionalizzazione, bilanciando i diritti dei bambini e dei genitori, ricucendo legami e ritrovando spazio affetto e sistema di famiglia. Il programma è senza dubbio una strategia che nel suo fondamento è risolutivo, ma è anche complesso, richiede anzitutto motivazione da parte della famiglia, che se da un lato deve accettare “l’estraneo di fiducia”, quale l’operatore in famiglia, è anche chiamata a coinvolgersi fattivamente, altrimenti si ha insuccesso; ma richiede anche lavoro continuo ed incessante tra istituzioni e operatori tutti, che sono chiamati a sedersi al medesimo tavolo, condividendo strategie e interventi, che talvolta dovranno essere rimodulati. Difatti, il fondamento di PIPPI è proprio l’equipe multidisciplinare, formata da assistente sociale, educatore, pediatra, scuola, psicologo, neuropsichiatra infantile, talvolta la famiglia allargata; soggetti, che spesso sono sopraffatti dal lavoro, dal tempo troppo poco e tiranno in molti contesti lavorativi, e anche da qualche timore all’esporsi. I genitori sono nell’equipe, quei genitori che talvolta sono chiamati anche a sottoporsi a programmi individuali, si pensi a percorsi al Ser.D. o alla psichiatria.

P.I.P.P.I. ci mostra che è possibile un’altra faccia degli allontanamenti familiari, ovviamente, lì dove le problematiche sono gestibili e dove la famiglia in prima persona è pronta a mettersi in discussione e a cambiare i propri paradigmi, ma senza dubbio ci mostra una pratica di lavoro che pur volendo divenire quotidiana, richiede ancora molti sforzi in termini di tempo, di strumenti e anche di una rete professionale e informale – con altri familiari- che fatica a decollare. Senza dubbio ha posto anche le basi al concetto “nessuno si salva da solo” e con l’aiuto giusto e la vera forza propulsiva interiore, si può risistemare il puzzle scomposto e caotico familiare.