Più lavoro a giovani, ma anche più diritti

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Giovani, lavoro, regole del gioco, vale a dire: del mercato che ne disciplina l’accesso e la gestione. Le principali notizie economiche della settimana, almeno sul piano interno, offrono più di uno spunto di riflessione su questi argomenti. In campo internazionale, invece, i fari della scena sono stati tutti puntati sulla riunione del Federal Open Market Committee (Fomc) l’organismo della Federal Reserve (Fed) incaricato di sorvegliare le operazioni di mercato negli Stati Uniti (che ha lasciato per ora e soltanto per ora i tassi invariati); e sulle minacce di guerra legate alla decisione della Corea del Nord di non desistere dal proposito di riempire il suo arsenale anche con la bomba atomica, che stanno facendo tremare non poco governi e mercati. Basta dare uno sguardo ai prezzi dell’oro, che sono tornati a salire, e ai cambi del dollaro e dello yen con le restanti valute per rendersene conto.
Ma torniamo ai giovani e al lavoro, non senza però aver dato prima uno sguardo alla cornice del quadro economico nazionale. In proposito, va detto subito che l’Istat ha rivisto al rialzo la curva della crescita nel biennio 2015-2016. Insomma, nell’ultimo biennio il Pil si è sicuramente rafforzato (è salito da +0,8% a +1,0% nel 2015 ed è stato confermato a +0,9% nel 2016). E tra le leve della crescita c’è sicuramente la spesa delle famiglie, che l’Istat ha registrato in deciso miglioramento rispetto alle precedenti stime. Ma attenzione: se da una parte è migliorato il rapporto debito/pil (132% rispetto a 132,6%) di contro è anche aumentato il deficit (2.5% rispetto al 2.4%). Inoltre, sembrerebbe in miglioramento anche la pressione fiscale registrata, infatti, al 42,7% rispetto al 42,9%. Comprendo le obiezioni e condivido: questione di decimali.
Ad ogni modo, in questo contesto, la notizia che certamente più conforta è l’aumento, nel settore privato, di oltre un milione di posti di lavoro nell’ultimo biennio. Precisamente, il saldo tra assunzioni e cessazioni segna + 1.073.000 posti di lavoro. Anche se restano immutate le obiezioni che accompagnano la qualità dei nuovi posti dal momento che, come sottolinea l’Inps, dei 571 mila creati nell’ultimo anno 18 mila sono a tempo indeterminato, 52 mila di apprendistato e ben 501 mila a tempo indeterminato (contando anche i contratti stagionali). Trend che – come è già stato osservato nelle precedenti note – non è mutato affatto nell’anno in corso. Precari, un esercito di precari.
E qui emerge un primo elemento di riflessione, che la politica tuttavia non sembra ancora voler cogliere, ma che non sfugge all’analisi (e forse alle preoccupazioni) dei super tecnici. Sentite, per esempio, che cosa ha detto in proposito il presidente della Bce Mario Draghi parlando ad un convegno sul tema: “In alcuni Paesi dell’Eurozona sono stati fatti passi avanti per ridurre la disoccupazione giovanile e col consolidamento della ripresa diminuirà ulteriormente. Ma per affrontare le cause strutturali della disoccupazione giovanile, sono necessarie forme di protezione omogenee tra i lavoratori, accordi di lavoro flessibili, programmi di formazione professionale efficaci, un elevato grado di apertura del commercio e sostegni per ridurre i costi sociali della mobilità. I giovani non vogliono vivere con i sussidi. Vogliono lavorare ed allargare le proprie opportunità ed oggi, dopo la crisi, i governi sanno come rispondere alle loro richieste e come creare un ambiente in cui le loro speranze possano avere una opportunità”.
Insomma, Draghi ha esortato i governi “a rispondere alle loro (dei giovani) richieste” per “il futuro dei loro paesi e della loro democrazia”.

L’altro elemento di riflessione, invece, prende spunto dal caso Ryanair, la compagnia aerea irlandese a basso costo, che ha fatto appunto al sua fortuna applicando alla lettera le regole del mercato globalizzato ed in particolare della remunerazione del capitale, che è tanto più alta quanto più bassi sono i costi dei fattori della produzione. In primis, del lavoro. Alla lunga, però, senza scomodare le teorie dei conflitti sociali, il gioco mostra la corda, come si è visto. Nel senso che Ryanair è stata costretta a lasciare a terra, per la protesta del personale di volo, in particolare dei piloti, 315 mila passeggeri. Sicché, alla fine, come ha dovuto ammettere il ceo della compagnia, Michael O’Leary, all’assemblea annuale degli azionisti, scusandosi della débàcle della compagnia aerea: “Abbiamo indossato il saio”.
Insomma, il mercato va bene ma non a scapito dei diritti.