Di tutto di più: a chi non piace vincere facile?

38

Ad ascoltarli, i leader dei partiti, in questo primo scorcio di campagna elettorale, proprio non lo diresti: nel senso, che difficilmente penseresti che gli italiani li ritengono, unitamente ai rispettivi apparati politici, meritevoli di essere premiati al punto da riservargli una parte, sebbene irrisoria (2 per mille) del proprio reddito, benché da sottrarre alle tasse.

Intendiamoci, i partiti sono il sale della democrazia, la cui principale funzione è – ma forse è meglio dire, dovrebbe essere – quella di selezionare e formare la classe dirigente del Paese, in tutte le sue articolazioni. A maggior ragione i governanti. Ed il punto è proprio questo. Merita, l’attuale classe politica – verrebbe da chiedersi, alla luce del profluvio di dichiarazioni contraddittorie rilasciate per mera propaganda politica, a destra e a manca, in questi giorni – di dividersi 15 milioni di finanziamento pubblico assegnatagli dai cittadini attraverso la dichiarazione dei redditi?

Eppure, il dato pubblicato sul sito del Mef, fa riferimento alla dichiarazione dei redditi del 2017 e, dunque, riferito all’anno di imposta 2016, vale a dire nel pieno della bufera sulle banche, dei supposti scandali Consip, degli incendi boschivi, della sanità allo sfascio, del dissesto idrogeologico e via dicendo.

E sia. Ma la domanda resta: questi partiti e questi leader che promettono di abolire tutto senza peraltro dire da dove prenderanno i soldi (dal bollo auto al canone Rai, all’obbligo di vaccini, alla legge Fornero, a 400 leggi e leggine vessatorie, all’uscita dall’euro) meritano davvero considerazione, stima e, soprattutto, il denaro dei cittadini, per non dire il voto?

D’accordo, qualcuno, dopo averla sparata grossa, se l’è rimangiata. E’ già qualcosa. Sta di fatto, che, a proposito di finanziamento pubblico, ai Dem sono andati 7,99 milioni (il 49% del totale), alla Lega 1,894 milioni (oltre il 14%) a Forza Italia appena 850mila euro (poco meno del 6%), a Fratelli d’Italia 790mila euro (il 5,2%), mentre della lista non fa parte il Movimento 5 Stelle, che rifiuta questa forma di finanziamento.

Ovviamente, la domanda è retorica e – se preferite – potete porla in relazione alle riflessioni che più vi garbano, magari anche alle contraddizioni che inevitabilmente si accompagnano ai ragionamenti politici. A cominciare dal fatto che per alcuni partiti si tratta di cifre davvero irrisorie; e che magari la dicono lunga sulla correlazione diretta che esiste tra il finanziamento e i voti presi; e che forse è proprio per tutti i motivi di cui si è detto che la gente malvolentieri sgancia moneta dalla propria tasca; e che di contro, anzi, è forse per accaparrarsi maggiori risorse che i partiti e i rispettivi dirigenti le sganciano grosse in campagna elettorale. Insomma, il tutto e il contrario, in linea con gli umori populistici che spesso ci contagiano.

Intanto il dato che emerge è il seguente: i contribuenti dei partiti sono saliti da circa 900mila a 1,2 milioni. Certo, in assoluto, si tratta di valori molto bassi: dal 2,38 si è saliti appena sopra il 3% dei contribuenti su un totale di 40 milioni. E magari, la domanda da farsi è proprio questa: come mai così pochi? Una cosa è certa: spararla più grossa dell’avversario non aiuterà a drenare maggiori fondi.

Per il resto, va detto, la settimana è stata come mai ricca di news positive. La Borsa italiana – secondo un’analisi di Citibank – è il mercato più “attraente del momento. Anche di più di quella tedesca. Per S&P “l’Italia si è unita al ballo della ripresa”. D’accordo, il Pil “è ancora al dei sotto di quello del 2007, ma in ogni caso ci sono segni di ripresa”. La Banca Mondiale rivede al rialzo  le stime di crescita per l’area euro e gli Stati Uniti. Registrato il record di occupati in Italia, che secondo l’Istat non sono stati mai così tanti da 40 anni.

Ovviamente, non sono mancate le notizie meno buone. A novembre, per esempio, la produzione industriale ha segnato il passo. L’occupazione, benché di qualità precaria, non è cresciuta al Sud. Molti trader contagiati dal boom delle criptovalute hanno visto sfumare se non proprio svanire, con il parziale crollo del Bitcoin, gran parte dei guadagni realizzati con la bolla. E si potrebbe continuare ancora.

Quest’ultima vicenda, in particolare, ha interessato per niente i finanzieri più avveduti, adusi a ben altri investimenti e strategie operative. Come Carlo De Benedetti, per esempio. La tessera numero uno del Pd, infatti, secondo il direttore del “Fatto” Marco Travaglio, lo scorso anno guadagnò 600 mila euro in pochi giorni speculando sulle azioni delle Popolari. Un’operazione di “insider trading” grazie ad una soffiata ed un decreto tardivo, secondo il giornale, dell’amico e allora presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Vincere facile, a chi non piace, diceva la pubblicità?