Poetica del tempo e scrittura del vuoto: la pratica artistica di Giuseppe Leone

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A Buonalbergo, sabato 15 novembre alle ore 17, il Museo ViATor in Palazzo Angelini, ospita la presentazione dell’ultimo libro di Giuseppe Leone (Guida Editori), (I) giorni della clessidra (O) la libertà del cuore. 

di Antonio Spina

C’è un tempo che scorre e un tempo che ritorna. Un tempo che si disperde come sabbia e un tempo che, capovolto, riaffiora con la stessa materia ma con un senso diverso.
È questo il movimento che attraversa I giorni della clessidra / O la libertà del cuore, il nuovo lavoro di Giuseppe Leone: un libro che è insieme diario poetico, riflessione teorica e testimonianza intima. Non è una semplice raccolta di scritti, ma un dispositivo narrativo che mette in relazione arte, memoria, filosofia e quotidiano, costruendo una sorta di geografia sentimentale del tempo.
Leone l’ha scritto nei giorni incerti della pandemia, “quando lo scorrere dei minuti si è fatto fragile e nitido come non accadeva da anni”. È lì, nella sospensione, che nasce la sua idea di clessidra: non solo come simbolo del tempo che passa, ma anche come gesto creativo, possibilità di un rovesciamento.
Come ha dichiarato lui stesso: “L’artista non ferma il tempo, ma prova a dargli un volto. Anche quando questo volto è il nostro.”

(I) giorni della clessidra – la noia, il rovesciamento

 La clessidra è un’immagine particolarmente ambigua e problematica. Se da un lato contiene l’idea della perdita, e dunque di un tempo irreversibile (la durée bergsoniana), dall’altro si espone al gesto del rovesciamento. Da un lato la pratica artistica è un atto di resistenza contro il tempo della perdita, lo scorrere dei granelli, “l’idea di dare una forma a ciò che non può essere fermato”, come evidenzia lo stesso Leone. Dall’altro, il gesto creativo è anche la clessidra rovesciata: gli stessi granelli ripassano, da un recipiente all’altro, eppure qualcosa di irrimediabile è cambiato, non è lo stesso tempo che ritorna. E così l’arte: una ripetizione che non riproduce, ma reinventa.

Durante la pandemia, quella clessidra è diventata la condizione esistenziale di tutti. Il tempo sospeso, la monotonia, la noia: categorie che la società contemporanea tende a evitare, saturando ogni vuoto con intrattenimento, connessioni continue, prestazioni emotive.

Eppure, come ricorda Hannah Arendt, il vuoto non è assenza sterile, ma “addensamento”: un luogo in cui ci si ritrova a fare i conti con la propria interiorità, con ciò che rimane dopo il rumore.

In quei mesi, Leone ha osservato nelle proprie opere un ritorno al minimo, all’essenziale. Ha riscoperto un ritmo mentale antico, quello del dialogo interiore: “Per ascoltare il mondo, bisogna prima imparare ad ascoltare il silenzio. La clessidra me l’ha imposto.” 

Sono proprio i vuoti – e la loro capacità di generare senso – a dare forma alle opere di Leone. Il suo linguaggio pittorico non è mai lineare, mai letterale. È fatto di rimandi, di stratificazioni, di memorie che emergono e scompaiono, come se ogni immagine fosse un reperto sottratto al tempo.

Nel suo saggio introduttivo, Marco Bussagli definisce questa alchimia un “personale teatro”, un luogo dove antico e moderno non si annullano ma dialogano, producendo un cortocircuito visivo e simbolico. Ex-voto, icone scolorite, oggetti rituali, alfabeti interiori: nelle tele di Leone convivono come attori in una scena in cui il ricordo non è nostalgia, ma materia viva.

Il rovesciamento della clessidra, dunque, non è soltanto un gesto simbolico, ma una postura esistenziale: significa assumersi la responsabilità di voltarsi e riconoscersi, di seguire le corrispondenze segrete tra ricordo e colore, simbolo e immagine, e farne uno spazio di libertà creativa.

(O) la libertà del cuore – Scrittura afona, il rabdomante

Bussagli, nel saggio introduttivo, usa la figura del rabdomante per analizzare il metodo artistico di Giuseppe Leone. Il gesto creativo (rabdomantico) consiste nel “trovare qualcosa senza vederlo; scovare qualcosa di nascosto pur non sapendo dove sia”. Un approccio, dunque, che trova soluzioni o recupera significati senza la consapevolezza esatta di cosa si stia cercando, senza avere già in mente un risultato predefinito. Anche per Deleuze, dipingere implica in primis uno smettere di vedere, un momento in cui le coordinate visive crollano (la chiamava catastrohpe). Questo momento è inseparabile da una nascita: la nascita del colore (o, potremmo dire, dell’opera). Similmente, Paul Cézanne assume una posizione simile: dipingere significa ogni volta “dipingere l’inizio del mondo, il mondo prima del mondo, qualcosa che non è ancora mondo”.

Per Leone, questa dimensione originaria è la libertà del cuore, un tempo interiore rabdomantico in cui la mano sa più dell’occhio, e il segno più della parola. 

La sua scrittura afona nasce da qui. Un modo di scrivere in cui la parola non è protagonista ma fantasma, traccia, ombra. Un linguaggio che non vuole nominare tutto, ma lasciare andare, far insinuare il senso tra le pieghe del non detto.

Leone lo traduce così:
“Scrivere senza voce significa dare diritto al segno, lasciare che la forma interiore delle cose parli da sola.”

È una poetica che restituisce dignità al non detto, alla pausa, all’assenza.

La libertà non appare come un risultato, ma come un cammino.
Non come fuga, ma come presa di coscienza.
Come rovesciamento necessario della clessidra: gesto che accetta il vuoto, lo attraversa, e da lì genera un nuovo tempo creativo.

È una posizione che parla non solo all’arte, ma all’oggi più che mai.

In un’epoca di accelerazioni continue, in cui la produttività invade ogni gesto e la comunicazione riempie ogni silenzio, La libertà del cuore rappresenta un invito a tornare al ritmo umano. Quello che non teme la pausa, che non ha paura della noia, che non scappa dalla complessità.

L’arte di Leone dimostra che il vuoto non è una mancanza: è un respiro.
E che ogni granello di sabbia, anche quando scivola via, può diventare racconto.