Politica industriale in senso stretto o politica economica innovativa?

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Enzo Boccia l’amico presidente della Confindustria  nel presentare la finanziaria approvata in consiglio dei ministri, sulle pagine di questo giornale, elogia il ritorno alla politica industriale basata sui fattori, capitale e lavoro invece che la politica industriale basata sui settori fino ad allontanare l’idea di una concezione ancora più larga ed efficace della politica industriale.

Il giorno dopo Il Sole 24,  recepisce, invece, lo slogan di Renzi “Competitività ed equità” volendo far capire che c’è qualcosa che va anche oltre la politica industriale in senso stretto.

Sulla stessa pagina de “Il Sole” compare un trafiletto che illustra la parola chiave , produttività. La produttività del lavoro indica la quantità di prodotto attribuibile all’unità di lavoro; la produttività del capitale, invece, fa riferimento al rapporto tre output e capitale impiegato, ed infine la produttività totale o multifattoriale tiene in conto di tutti gli altri fattori di cui spesso è difficile la misura.

Nelle cifre ha ragione l’amico presidente: la defiscalizzazione del lavoro e del capitale è il piatto forte per rilanciare gli investimenti privati accompagnati dal rilancio possibile , tenendo conto dei parametri UE per deficit e debito pubblico, che ancora una volta condizionano il respiro di una più efficacia politica per gli investimenti. Si, è la scala degli investimenti la chiave critica del gioco ed è la variabile chiave per poter parlare di occupazione e della risposta strutturale ai temi del paese, con le regioni svantaggiate da integrare in termini di servizi alla popolazione ed alle imprese.

Ma veniamo nel merito, è la strada giusta? E’ stata già tentata un’ operazione di politica per la produttività basata sui fattori? E’ l’unica strada consentita oggi come gradi di libertà del governo?

A sentire le opposizioni sembrerebbe che ci siano mille strade ma purtroppo non è vero. Bisogna però evidenziare i limiti del ragionamento sulla politica industriale in atto rispetto anche al tema della competitività .  L’enfasi confindustriale sulla necessità di far aumentare la dimensione d’impresa  come obiettivo della politica per la produttività è fuorviante anche in considerazione di dati che segnalano un forte carica innovativa proveniente dalle piccole imprese in controtendenza rispetto ai temi della terza Italia dei distretti.  Anche per le piccole imprese l’aggiornamento tecnologico , la cosiddetta industria 4.0 è un treno su cui occorre salire e l’aumento della dimensione non è la tendenza vincente tranne che non la si colleghi alle economie di rete, di diversità e di scopo.

Ecco la parte di economia industriale assente nel dibattito sulla finanziaria , la politica che guarda alla produttività totale cioè di sistema che deve discostarsi dalla sola politica a favore dei fattori,  specie quando all’impresa  si chiede di essere intrapresa cioè soggetto istituzionale di riferimento per misurare l’efficacia e l’efficienza del sistema  che ha bisogno di una nuova governance multi scalare dove le istituzioni del pubblico e del privato sappiano pungersi  senza allontanarsi in termini di empatia di progetto.

La metafora dei porcospini richiamata da Remo Bodei , sempre su Il Sole, sul tema degli aculei della socialità ribadisce che se i porcospini (istituzioni) non vogliono morire devono accettare gradi di vicinanza oltre la socialità debole.

In questa fase storica gli aculei si sono appuntiti ed il miracolo della Politica industriale in senso ampio non ha spazio anche per le rendite di posizione accumulate in più settori che impediscono un taglio progressivo dei privilegi delle corporazioni nel pubblico, nel privato e nel volontariato.

Nei miei insegnamenti di politica industriale in tandem  con l’amico Di Matteo  abbiamo sempre sottolineato che l’etica dell’impresa si mantiene alta quando la fonte del finanziamento degli investimenti è il profitto , legato all’organizzazione dell’impresa ed al riconoscimento del mercato inteso come istituzione regolamentata.

Salire oggi sul treno dell’aggiornamento tecnologico con incentivi al lavoro ed al capitale . sebbene sia una strada, non è la porta principale, essendo le tecnolgie labour saving e capital saving e l’incentivazione come paradosso potrebbe ritardare la scelta necessaria.  Si guardi al caso di Barberis Canonico, i re della lana, che hanno anticipato il tema dell’aggiornamento tecnologico  e l’attenzione alle economie di scopo e di diversità che è spinto al massimo.

La conclusione , la produttività totale dei fattori è l’enfasi da privilegiare nel dibattito sull’economia industriale per fare emergere nuove traiettorie sulle politiche economiche necessarie;   diversamente non capiremo mai se una politica del welfare di popolazione è connesso ai temi della produttività, se una politica di mobilità gratis per gli studenti e per i lavoratori è una politica industriale, se l’immigrazione intelligente è una politica per la produttività e la sostenibilità del sistema paese, oscurati dall’apprendimento scolastico dei temi economici che prevedono sempre che all’abbassarsi del costo del lavoro e del capitale corrisponda un aumento del loro uso.