Politiche attive o passive del lavoro: quale futuro?

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di Ugo Calvaruso

Oggi siamo dinanzi a grandi cambiamenti socio-economici, tecnologici e produttivi che stanno determinando o ponendo in rilievo la debolezza di molti degli strumenti utilizzati per la progettazione e per l’erogazione delle Politiche del Lavoro.
Per affrontare questi mutamenti, che spesso hanno generato differenti criticità, negli ultimi anni in Italia sono state proposte in particolar modo politiche del lavoro “passive”, quali gli ammortizzatori sociali. In periodi di trasformazione e di crisi, come questo che stiamo vivendo, queste politiche sono di vitale importanza, ma vanno ri-definite e coniugate con politiche del lavoro “attive”.
In primis, perché le politiche passive del lavoro servono in particolar modo a tamponare le emergenze, ma non riescono ad affrontare le problematiche strutturali, le quali rappresentano l’emergere di nuovi scenari sociali. In secondo luogo, anche le politiche attive vanno ridisegnate al fine di risultare adeguate a questi nuovi scenari e ai nuovi modelli che i lavoratori e i cittadini stanno sperimentando sulla loro pelle.
Quindi, non basta focalizzare l’attenzione sul Reddito di Cittadinanza, o le altre forme di politica passiva, che vanno certamente ripensate e ammodernate, ma soprattutto ridefinire le politiche del lavoro in genere, riuscendo a coniugare in modo nuovo e più efficace quelle passive con quelle attive, e viceversa. L’obiettivo è quello di riuscire a generare processi di supporto delle fasce più deboli, oltre che di accompagnamento e formative; ma, anche e soprattutto, quello di stimolare una cittadinanza attiva che sappia tutelare e valorizzare i propri territori.
Una prima buona prassi, che coniughi politiche attive e passive, potrebbe essere quella di costruire un sistema che rispetti l’idea di accompagnare le persone, in particolar modo quelle senza esperienze lavorative, verso le categorie più deboli al fine di sviluppare servizi utili alla comunità. In questo modo, ad esempio, i disoccupati potrebbero trovare delle collocazioni o si potrebbe stimolare i giovani affinché creino forme di assistenza innovative da mettere sul mercato, che soddisfino i bisogni delle fasce più deboli. Inoltre, potrebbe non essere unicamente un reddito monetario quanto piuttosto riuscire a garantire un meccanismo di erogazione di servizi sovvenzionati per le fasce più deboli.
In ogni caso, senza un ripensamento degli strumenti relativi alle politiche del lavoro si rischia di non riuscire ad accompagnare le persone alla propria espressione sui territori e ogni proposta di sviluppo economico rimarrà ideale.
Infine, dato che il meccanismo di istruzione-lavoro-pensione sta subendo enormi trasformazioni rispetto al passato, vanno ripensate, a poco a poco, tutte le forme di previdenza e di assistenza. Bisognerà sviluppare servizi innovativi e, soprattutto, adeguati per il nuovo mondo che sta emergendo. Tutti gli strumenti e i metodi vanno pertanto ridefiniti o addirittura, in alcuni casi, bisognerà inventare nuove soluzioni.